Conosco un uomo,
aveva un lavoro, giunsero un giorno e lo portarono a scavare,
una trincea tra le frasche, e tra le frasche la sua stessa tomba
-Vedrai è più sicuro di scavare campi tra la malaria…-
avevano ragione: lì non c’era malaria, perché non c’era neanche vita.
Lavorava, arava ma non poté dare niente da mangiare alla sua figlia . Lei non lo conobbe mai.
I frutti di quell’aratura li presero i superiori, i meres proprietari di quei campi arati e innaffiati a rosso. A lei dissero solo “Fortza Paris” e una licenza elementare per un futuro migliore… ma già sapevano che era solo un pezzo di carta senza pane: una liquidazione di un lavoro sacrificale.
Conosco un soldato,
ha scelto il lavoro: costruire colonne
-In fondo è il lavoro di Dio…-
eppure si rode il fegato perché come un Cristo l’hanno lasciato solo, quando a 58 anni lo lapidarono e lo derubarono del suo lavoro.
Lui strinse i denti, non pianse una lacrima, ma quelle ferite:
un figlio per ogni chiodo! E la moglie nel costato.
Quando alzava le colonne si lamentava perché, diceva, li trattavano come muli sull’orlo di un burrone: ovvero presi a calci in culo senza che nessuno si interessi se cade giù..
Poi se la bestia cade -povero mulo, in fondo era utile-
“Il lavoro nobilita l’uomo e lo rende più simile alla bestia”
Non pretendeva di andare a pensione dopo trenta mesi , ma almeno dopo trent’anni… non può salire ancora sui capitelli… potrebbe cadere…
Ora innalza cappelle per i colleghi, caduti,
ai figli nessuno dirà era un eroe, nessuno canterà l’inno o suonerà il silenzio, ai figli non spetta niente se non prendere il posto dei padri.
I caduti sono sempre gli stessi, come anche i meres che si mangiano come corvi il seminato.
O poveros de sas biddas, O poveri dei villaggi,
Trabagliade, trabagliade lavorate, lavorate,
Pro mantenner in zittade per mantenere in città
Tantos caddos de istalla, tanti stalloni
A bois lassan sa palla, a voi lasciano la paglia,
Issos regoglin su ranu: loro prendono il grano
E pensan sero e manzanu e pensano mattina e sera
Solamente a ingrassare. soltanto ad ingrassare.
Cun su zappu e cun s'aradu Con la zappa e con l’aratro
Pelea' tota sa die; lotta tutto il giorno,
A ora de mesu die verso mezzogiorno
Si ziba' de solu pane. si ciba di solo pane,
Mezzus paschidu e' su cane viene trattato meglio il cane
De su Barone, in zittade, del Barone, in città,
S'es' de cudda calidade se è di quella razza
Chi in falda solen portare. che solitamente portano in tasca
Custa, pobulos, e' s'ora Questa popoli è l’ora
D'estirpare sos abusos! Di estirpare gli abusi!
A terra sos malos usos, A terra i cattivi usi,
A terra su dispotismu! A terra il dispotismo!
Gherra, gherra a s'egoismu, Guerra, guerra all’egoismo!
E gherra a sos oppressores, E guerra agli oppressori,
Custos tirannos minores questi tiranni di poco valore
Es prezisu umiliare. Bisogna umiliarli.
Si no, calchi die a mossu Se no qualche giorno a morsi
Bo nde segade' su didu: vi taglierete il dito,
Como ch'e' su filu ordidu ora che l’ordito è gettato
A bois toccat a tessere; a voi spetta tessere;
Minzi chi poi det essere badate che poi può essere
Tardu s'arrepentimentu; tardivo il pentimento;
Cando si tene' su bentu quando il vento è favorevole
Es prezisu bentulare. Bisogna trebbiare.
Alcune strofe de "S'innu de su patriotu sardu a sos feudatariu" ,
Francesco Ignazio Mannu, 1796
So di essere anacronistico per alcuni versi, ma il nervoso è tanto...