e ite si n'de achene chin tottu su chi ane..
(e cosa se ne fanno con tutto quello che hanno...)
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e ite si n'de achene chin tottu su chi ane..
(e cosa se ne fanno con tutto quello che hanno...)
Sono tre giorni che scavo: non uno, non due, ma tre.
Uno-due, due e tre.
Sono tre giorni che scavo e oggi, io, Giuseppe Napoleone uscirò da questa prigione, da questa gabbia di matti.
“Un errore”, un semplice errore: qua io non c’entro niente.
Sono tre giorni che scavo da un errore, scavo per fuggire da questa gabbia di errori a cui non appartengo.
Io non sono esagerato, io sono “normale”: nor- ma- le. Tre sillabe, sette lettere, tre vocali: Normale.
Uno-due, due e tre.
Io non sono e non mi sento diverso. Io non ho bisogno di esagerare. Io non sono stressato, malato, esaurito, paranoico.
Uno-due, due e tre.
Sono normale. Per me cercare di seguire questa società frenetica, ripetitiva e nevrotica non è un problema. Per altri forse è così, ma non per me.
La soluzione è semplice, basta non farsi tirare dentro: stare fuori e rapportarsi con distacco, non lasciarsi trascinare dagli eventi.
Una questione di organizzazione. Tutto lì, semplicissimo ma nessuno ci pensa. Io si e non mi hanno capito: un errore o solo incomprensione. E ora sono qui che scavo per tornare alla libertà che ho perso tre giorni fa.
Uno-due, due e tre.

-Padre mi perdoni perché ho peccato! Non mi son goduto la vita, ho rattristato questo corpo datomi da Dio, quel dio risorto dopo tre giorni.-
Uno-due, due e tre.
Così gli ho detto quando è entrato. Ho nascosto paletta e secchiello per scavare dietro la schiena mentre lui entrava dalla luce: bello, alto, libero e potente. Anch’io tra tre giorni mi vestirò di bianco come lui. Anzi, ruberò il suo abito – così impara!- lo metterò al mio posto e gliela darò io a lui la dose di preghiera in gocce tutte le mattine. Io non sono matto, è qui dentro che mi stanno facendo impazzire.
Per quanto mi leghi e mi calmi non può distruggere la mia mente, l’ultima sana rimasta in questa gabbia di matti. Non diverrà un errore, e lui per quanto potente non può neppure immaginare cosa sto preparando quando sono solo.
Uno-due, due e tre.
Mi da fastidio poi quel suo atteggiamento da saputello, provi pure a parlarci, a spiegare come sei finito lì, che non sei come gli altri. Niente. Non- ti- as-col-ta! Annuisce in continuazione come un matto. –si si si si- fa in continuazione.
Non ascolta e tanto meno pensa! Poveretto! Ormai è andato! E lo mandano qui a curarsi di me. A controllare che non faccia nessun guasto.
Ma io non ho mai commesso niente di sbagliato, mi hanno incastrato! L’errore è loro non mio!
Ah, ma mi farò sentire appena esco! Tre giorni, solo tre giorni e poi luce, libero; e il fatto che io sarò fuori sarà la dimostrazione per tutto il mondo che loro sono dentro, che i veri errori sono loro…
Uno-due, due e tre.
- Padre mi perdoni perché ho peccato, non mi son goduto la vita…-
- si si si si –
-…ho sempre pensato a lavorare, io che volevo solo ballare-
e lui –si si si si- povero matto.
Sempre lì a lavorare, a scavare, trovare le infiltrazioni d’acqua era il mio lavoro. Se qualcosa non andava si chiamava me e io arrivavo, pala e picco alla mano pronto a trovare il guasto, l’errore, il non funzionante.
Ore e ore di lavoro, giorni di fila in una prigione di terra, in case, strade, sotto la pioggia o il sole cocente io ero sempre lì, perché cose che non vanno ce ne sono sempre.
Taciturno, forse e vero, un po’ lo ero, ma volutamente, si badi bene; per non combinare niente di sbagliato:
“concentrazione e affidabilità, un marchio di qualità”.
Impegno sul lavoro, anche per non pensare agli errori, alle troppe cose guaste, come fanno in continuazione i sindacalisti, che come matti sbraitano dalla mattina alla sera e poi non lavorano e distraggono dalla mia missione
“scavare e l’errore riparare”.
- Non puoi non pensarci! Ora, subiamo questa dittatura perché quelli come te non alzano il loro pugno per compiere la rivoluzione…-
Già, dando retta a loro, fermo il ritmo che come una danza mi fa scavare
uno-due, due e tre,
smetto di lavorare e vado a fare la rivoluzione, e nel mentre a moglie e figli chi da’ da mangiare??
-Il problema è proprio lì, che siamo tutti strumentalizzati, alienati dal lavoro…-
Alienato?! Non avevo tempo per certe fesserie, io ho da scavare, io. Non posso pensare a ciò che non va e a ciò che sarebbe. Io scavo, tutto qui.
Anche se mi piaceva così tanto ballare.
Uno-due, due e tre. Un, due, tre. Uno-due, due e tre.
Quanto mi piaceva da giovane ballare! Un, due, tre. Uno-due, due e tre.
Quant’ero veramente spensierato. Non scavavo ancora, l’unica cosa che cercavo era il divertimento, il ritmo, quello giusto, senza errori.
Mi lasciavo trasportare dalla musica e dalla dama di turno e le sere, i giorni, filavano lisce senza guasti.
Solo danza, la donna giusta e mazurca.
Un, due, tre. Uno-due, due e tre.
Un, due, tre. Uno-due, due e tre.
Non ricordo bene poi come andò, ma qualcosa si guastò nel giradischi e la musica si fermò di colpo.
Non ricordo bene cosa fu, forse mi annoiava sempre lo stesso solito ritmo, forse il voler trovare un lavoro, uno vero si intende, o forse quella donna che ho sposato: una tragedia!
Una donna che non sapeva ballare!ma come si può?!
-È così semplice e bello, segui a me: un due tre, uno-due, due e tre, un due tre…-
niente, rigida e svogliata come poche cose al mondo, pestava i piedi in continuazione e usciva fuori tempo… che nervoso!
Così smisi di ballare e mi ritrovai con la pala in mano solo per scavare. Aggiustavo guasti, a tempo di mazurca
Uno-due, due e tre,
spalavo terra fino a trovare le giunture che guastavano le condutture, che soddisfazione!!
Così mi venne questa idea.
Basta scavare a fondo e tutto si cura, si aggiusta anche l’errore che non c’è, o meglio quello che non si vede subito, il più difficile.
Ora sono tre giorni che scavo e arriverò a scoprirlo e, dopo, tutto riprenderà a funzionare per il verso giusto.
Io sarò fuori da questa gabbia, dimostrerò che sono sano, quali sono le vere persone che si sbagliano ma avrò trovato una cura anche per loro.
Il giradischi riprenderà a suonare e mia moglie saprà ballare!!! Siiiii!! Uno-due, due e tre. Un due tre. Uno-due, due e tre.
Come prima cosa ho scelto il punto in cui scavare.
Lì davanti ero indeciso: gambe, testa o cuore? Non sapevo bene da dove partisse il guasto… alla fine presi la decisione senza pensarci su, accesi il giradischi e lasciai partire la pala secondo il ritmo e subito la strada fu buona. Giusto! Le viscere sono un ottimo punto per trovare il guasto che non fa ballare mia moglie. Ma è più difficile di quanto credessi. Lei non è una buca di terra, lei è una persona e non sta ferma e urla
–mamma mia, cara, lo sto facendo per il tuo bene, su vedrai che poi dopo saprai ballare benissimo-
Strano, qua sembra tutto a posto, eppure ci dev’essere l’errore, è impossibile che mi sia scappato qualcosa…
-cara, un attimo di pazienza, ti divido in più parti così vedo qual è il tubo da cambiare e poi ti rimonto...-
oh, ecco che ritorna il Padre, dalla luce, bianco, bello come sempre, alto, libero e potente; mi farò dare una mano da lui:
-Padre mi perdoni perché ho peccato! Non mi son goduto la vita, ho sempre pensato a lavorare, io che volevo solo ballare, ma ora rimetto tutto a posto… guardi com’è bella questa paletta vero?-
e lui- si si si si-
ma dove mi porta? Fuori?? O finalmente l’avete capito che vi sbagliavate! Dice seriamente? lì fuori è pieno di gente come me?
Stupendo allora esistono molte altre persone libere, giuste che ballano.
Sono proprio contento, ma padre, viene anche lei a ballare? –si si si si-
Segua a me e così semplice e bello: un due tre, uno-due, due e tre
Ma lui continua ad annuire –si si si si- povero matto.

Kâtib, scrittore di una storia incisa sulle spalle e la pelle secca come il suo popolo, antica di cent’anni, lui che di anni ne ha solo trenta.
Ma infinita è la distanza del ricordo del viaggio iniziato due anni fa, una di quelle prime mattine di sole dopo la stagione delle piogge. Un viaggio interminabile e distruttivo, che consuma l’anima e piega la dignità trattenuta a stento nelle palpebre degli occhi. Non bisogna cedere, che mai accada, perché non c’è posto a bordo per l’uomo; chi non riesce a tenersi quel dolore dentro grugnendo ha finito, come caduto in un mare aperto tra le onde alte pronte ad assalirlo.
Verso il macello, un viaggio senza fine, che continua ancora.
Ora che non ha più forma ed è solo fango secco non riesce a ricordare più come tutto ebbe inizio, chi è e quali erano i suoi sogni, caduti in mare come zavorra; l’unica cosa che sa è quel passo lento e quel peso enorme che si tira dietro da sempre, avanti e indietro come una formica.
Nero e curvo come un albero incenerito cammina con le radici lunghe sino al Senegal. Eppure qua lo chiamano “marocchino”.
-Chissà perché?-
I marocchini, quelli veri, spiega a volte, sono molto diversi: loro non hanno la pelle del colore della loro ombra, ne quella timidezza scontrosa e triste sfogata in maschere lunghe e in ritmi corti sempre uguali, come il negativo della sua radura impressa nella mente e nel passato, immutabile.
La gente questo non lo sa, oppure non vuol capirlo, è un viaggio troppo duro per reggerne il racconto. Per loro lui viene semplicemente dal “Marocco”, il posto più vicino del mondo più lontano. Il limite sud del pensiero bene oltre il quale non bisogna scendere se non si vuole vedere un inferno.
Un maelstrom che afferra alle budella per tirarti dentro, da cui non si può risalire, immersi in un groviglio di nero che batte sulla pelle di un tamburo il ritmo della corrente, che spinge giù sino al punto in cui tutto si crea e tutto si distrugge.
La paura spinge a navigare sotto costa per evitarlo, per questo meglio che sia solo un marocchino che passa affannoso sulla sabbia, ripetendo nomi di plastica a manichini di olio stesi al sole.
Era già passato mezzogiorno quando il cielo divenne scuro e piano piano e poi sempre più forte scese un classico acquazzone estivo.
Un ora o poco più, non tardò molto a tornare il sole anche se intiepidito da nuvole che ancora adombravano il cielo e da un vento di mare che faceva volare la sabbia.
-Ormai la giornata è andata-
la pioggia aveva colato via la gente e non vi era più nessuno se non pochi come svogliati in un sonno di lucertola nel fievole torpore.
Non si fermò. Camminando suonava giocattoli per bambini per attirare l’attenzione, ma passando era come un lamento triste e solo tra la polvere. Al vento cantava e al vento proponeva quei giochi, ma quest’ultimo non rispondeva. Non aveva mai risposto infondo tutte le volte che gli aveva chiesto di ricordargli per cosa era venuto qui a camminare, visto che questa terra di loto lo aveva reso dimentico di tutto.
Riprese a gocciolare.
Stufo andò a ripararsi sotto la tettoia di un chiosco nei pressi; si accovacciò in un angolo, i suoi giochi sulle ginocchia, mentre a un tavolino dei ragazzi svuotavano bicchieri colorati.
Vecchi scontenti dalla pelle liscia, si dimenavano sulle sedie e sulla vita: risa, ricordi, narrazioni e delusioni, mancate occasioni e pregiudizi sul mondo non ancora conosciuto. Contenti e a tratti scontenti, loro che vogliono solo vivere e divertirsi.
Lui lì, solo. Si lasciava trascinare da quelle voci, che per una volta tanto non parlavano di prezzi da barattare o di parole di circostanza.
Decise di avvicinarsi, dai visi simpatici sembravano persone disposte a comprare.
Si alzò, trascinò con se la mercanzia e salutò con quel sorriso di circostanza costretto a mostrare per non piangere addosso agli sconosciuti. Sembrava una buona occasione per rifarsi della giornata no.
Classica tecnica: ci si avvicina, “ciao capo”, li propongo qualcosa in regalo e poi li chiedo di comprarmi qualcosa. Cosa regalare,: accendino, non fumano, accendi gas e meglio per le loro madri. Braccialetto! fa sempre colpo.
-Ciao capo-
-Non mi serve niente- l’unico spillo rigido di risposta
Quanto è insopportabile quello sguardo tenuto basso per non vedermi, perché io non esisto, sono del colore della mia ombra. Loro che poco fa facevano discorsi tanto intelligenti, che narravano e sembrava sapessero ascoltare, non mi permettono neanche di cominciare a parlare. Io non esisto, sono un ronzio continuo in sottofondo, talmente abituale che non ci si bada neanche più. Sono qui e lontano centinaia di metri dai loro occhi, lontano migliaia di chilometri dalla mia casa, infinitamente lontano da essere un uomo per loro. Io non esito.
-Io regalo per te-
Non voglio niente!- scandiva le parole mentre il povero tendeva la mano piena di un regalo per un ricco.
–Io niente, voglio solo fare regalo-
e porse la mano attorno alla ricerca di qualcuno che accettasse.
Uno, scocciato, come per farla finita il prima possibile, afferrò svogliato e di malo modo il braccialetto. Con la faccia sbuffa come ad aspettarsi tutte le conseguenze che sarebbero arrivate: l’insistere delle proposte del venditore nero, qualcosa da prendergli ad ogni costo al prezzo da barattare, l’insistere ancora, un prezzo, basso, il più possibile, e poi finalmente si sarebbe tolto dai piedi e avrebbe ricominciato a lagnarsi con i suoi giocattoli da un’altra parte.
Ma lui, oggi, a vedere quella faccia, proprio non ce la fa, è troppo, meglio perdere quel pezzo di filo e andarsene, oggi è troppo.
Lasciò il filo come a spezzarlo, si girò e andò via, dicendo solo -ciao.-
Quei ragazzi rimasero interdetti, capirono la loro miseria, forse no, qualcuno forse sentì imbarazzo per se stesso, un fastidio, un tonfo sordo dentro, come il degluttire, ma non capirono. Uno teneva ancora in mano un capo del filo, spiazzato da una simile vicenda, ora voleva sapere il significato di ciò, sapere qualcosa in più su quell’uomo.
Si alzò e gridò per chiamarlo indietro
-come ti chiami-
chiese e l’altro rispose solo:
- Kâtib, vuol dire scrittore-
e nel mentre aveva ricordato il perché di tutto ciò: scrivere la sua vita in modo che fosse riconosciuta, con quell’inchiostro che credeva di aver da molto gettato in mare, mentre invece lasciava ancora parole, nere di dignità.
Non chiedetemi perché, so soltanto che ne sentivo il bisogno da un po' di tempo.Tutto si evolve. Il vecchio template era di un me che non c'è più, o meglio si è evoluto.Ne sentivo il bisogno da un po' di tempo, soprattutto ora che
voglio tenere il gioco nelle mie mani.
[…] l'ebraico e l'aramaico sono attestate nel corso del I millennio a.C., e sono le lingue in cui è redatto l'Antico Testamento. L'antico Testamento narra vicende storiche per lo più localizzabili nei secoli che vanno dal 1200 al 200 a.C; la sua parte più antica ha avuto la prima redazione scritta verso l'VIII secolo a.C. L'ebraico biblico scomparve dall'uso parlato relativamente presto, verso la metà del I millennio a.C. e fu soppiantato dall'aramaico e, per alcuni secoli, anche dal cosiddetto ebraico mishnaico, una varietà influenzata dall'aramaico, che ebbe una vita abbastanza lunga come lingua letteraria. Bisogna osservare che i testi scritti in quello che noi chiamiamo 'ebraico biblico' non riproducono che in parte la lingua della prima redazione scritta: infatti, l'ebraico come molte altre lingue semitiche è scritto con un alfabeto che nota solo le consonanti; i segni diacritici che indicano le vocali nella Bibbia furono aggiunti solo dopo il 600 d.C., quando l'ebraico non era più da secoli una lingua parlata.
La storia dell'ebraico è oltremodo interessante e peculiare. Pur non essendo una lingua parlata, esso diede vita nel medioevo a una fiorente letteratura; è anche possibile dividerlo in due varietà diatopiche, il serfardita, delle comunità ebraiche d'occidente, e l'ashkenazita, degli ebrei della Germania e dell'Europa orientale. Osserviamo di passaggio che le lingue parlate da queste comunità erano lingue indoeuropee: il giudeospagnolo in occidente, una varietà romanza, e lo yiddish a oriente, un dialetto dell'alto tedesco. A partire dal XIX secolo, si sentì sempre più urgente la necessità di restaurare per gli ebrei di tutti i paesi quella che era sentita come la loro lingua originaria (benché nessuno la parlasse più da circa tre millenni). Ebbe così origine l'ebraico moderno, una lingua in parte artificiale al suo nascere, che divenne poi la lingua ufficiale dello Stato di Israele ed è parlata al giorno d'oggi come lingua madre di una buona parte dei suoi abitanti.