È la prima volta che scrivo il continuo di un racconto. Non ho potuto farne a meno, il personaggio continuava a parlarmi nella testa dopo che avevo finito il primo.
Sono qui a contare i giorni.
Mi sveglio e sono qui. Sono ancora qui. Sono veramente qui.
-sooo– no qui! A contare i giorni, a contare i lunedì-
canticchia senza fine Ginetto “lo scemo” dalla stanza affianco. Come me merita di stare qua dentro, però come me ha degli sprazzi di lucidità in cui ragiona, anche se non se ne accorge mai, ragiona.
Entrambi, da un certo punto di vista siamo arrivati qua nello stesso modo: eravamo convinti di esser in una gabbia di matti che ci siamo finiti davvero.
Ho ucciso mia moglie, raptus omicida,
-incapacità di intendere e di volere nel momento dell'omicidio, vostro onore-
con questa sgravante il mio avvocato e riuscito a farmi dare una cella qui dentro
-invece che in un normale ma molto più lurido e buio penitenziario- così ha detto,
-che fortuna!- ho aggiunto io - grazie sire, se ha qualche guasto in casa mi chiami pure, le farò un prezzo di favore.-
La perizia dei psichiatri forensi riconobbe la ragione al mio avvocato : “particolare caso di delirio, allucinazioni e fenomeni di assoluto scompenso rispetto alla realtà”. Così hanno proclamato.
Non hanno capito nulla.
“Stress accumulato in anni di lavoro di merda”, ecco cos'è! A casa lei non faceva altro che battere su quel tasto dolente
-Che vita! Neanche una mera soddisfazione! La mia rovina! Tu sei una nullità, tu sei la mia rovina!-
e quando il vaso fu troppo pieno traboccò. Era ovvio che sarebbe successo, “delirio”, lo chiamano loro, “reazione normalissima” secondo me.
Prendete dal frigorifero un lavoro che non vi piace e che non viene pagato, lasciatelo stagionare per dieci anni. Fatte un tritato fine con la vanga e mischiatelo a una moglie che non sa e non vuole divertirsi. Preoccupazioni, sempre, vede solo preoccupazioni. Non vuole neanche ballare perché si preoccupa, scarpe, soldi, lavoro, invidia, aspirazioni, vergogna, delusione, ancora invidia di non avere una pelliccia come le sue amiche, sempre invidia, tanta invidia, giratela bene l'invidia, mettetela a bollire e avrete il condimento da unire alla mia storia. Se la ritenete insipida aggiungete due gocce di calmante quanto basta per farmi stare zitto e buono.
Non nego che io sia malato, e il medico l'altro ieri mi ha detto che il fatto che io me ne renda conto è già un grande passo avanti, chissà, magari più in là, se continuo così potrò anche avere un giorno di permesso, mi daranno paletta e secchiello e potrò andare a scavare la tomba di mia moglie. Dal mese scorso che l'ho fatta a pezzi ancora non l'ho conservata, peccato, di sicuro è andata a male, mi toccherà buttarla in cortile, però in modo che il dottore non se ne accorga, sennò mi fa quelle punture tremende come l'altro giorno, e io non le voglio, quelle punture. Non- le- vo- glio! Sono peggio di mia moglie!
Una cosa non capisco: qua non c'è nessuna cura, ti chiudono da solo con i tuoi pensieri e se ne vanno; in questo non è molto diverso dal carcere. Ginetto ha ragione: siamo semplicemente qui ad aspettare che i giorni passino sempre uguali, tra momenti di aria e muri soffici su cui sfogarsi, ma sempre uguali, cadenzati solo dagli infermieri che vengono a legarti al letto quando non ce la fai più a sopportare quelle quattro pareti senza nessuno attorno.
-sooo– no qui! A contare i giorni, a contare i martedì-
Fossi veramente solo poi. Invece sento Ginetto nella stanza affianco e non mi lascia mai riposare, sembra quasi non abbia bisogno nemmeno di riprender fiato: tutto il giorno, tutte le notti, ogni ora lì con la sua cantilena che mi entra nelle orecchie. Povero Ginetto, proprio non riesce a togliersela dalla testa, quella nenia, e per di più adesso non riesco nemmeno io a non sentirla in continuazione.
Ora mi chiedo: come posso stare tranquillo come vorrebbero se mi mettono affianco un pazzo simile?
Avrei bisogno di tranquillità, di pace, di relax, di un lavoretto manuale in cui concentrarmi, della mia mazurca che vorrei tanto ballare e che non posso nemmeno ascoltare, e invece niente. Gocce, analisi, luci, siringhe, muri di gomma, due botte con gli infermieri e i pazzi dalle celle vicine che urlano e si dimenano come me, e più di me.
Così non guarirò mai! Anzi, questo ambiente aggiunge panico ai miei problemi. Sono chiuso qui dentro, non posso fare niente per migliorare e non riesco nemmeno a riposare.
È questo che mi manda in bestia. Come mi manda in bestia il non poter mettere silenzio a quella nenia di Ginetto; ma se mi capita tra le mani giuro che faccio a pezzi la sua canzone.
-sooo– no qui! A contare i giorni, a contare i mercoledì-
Che sbobba di merda danno a mangiare qui dentro, se l'avessi saputo prima non ci sarei venuto, mi sarei tenuto mia moglie a fare quella minestrina di dado, bastoncini di pesce con contorno di mozzarella del discount. Ancora rabbrividisco al pensiero. Ma il pranzo qui non è certo migliore, è servito in camera, è vero, ma non è migliore.
Te lo porta un angelo del dottore, un infermiere, vestito di bianco, bello, alto, libero e potente; sai già quand'è l'ora: senti i zoccoli ospedalieri rimbombare nel corridoio, il girare metallico delle sue grosse chiavi nelle serrature delle celle, e quando apre quella porticina, improvvisamente la mia stanza senza finestre si riempie di luce e la sua figura sembra davvero arrivare dal paradiso.
Io lo so, non c'è paradiso, sono venuto qui perché fuori era una gabbia di inferno, qui è una gabbia da purgatorio, ma dentro questo edificio e fuori dalla mia cella non c'è paradiso, ci sono muri bianchi, infermieri e peccatori penitenti come me che vagano inutilmente alla ricerca di qualcosa. Non so cosa sia, ma lo si cerca.
Ieri hanno fatto partecipare anche a me a questa caccia al tesoro. Hanno aperto la mia cella e mi hanno fatto andare nel salone, “a distrarmi”, visto che ero stato abbastanza bravo, meritavo un po' di svago, televisione, giochi, balli e socializzare con gli altri inquilini.
Ho spaccato tutto, quel salone rievocava troppi ricordi di fuori che ancora non riesco a sopportare. Quelle urla frenetiche e intermittenti della televisione, quei pazzi che ballavano la mia mazurca e non capivano che erano fuori tempo, non lo posso tollerare, che rovinino così la mazurca, la mia vita, alternando i passi allo zapping della televisione, e le loro urla, continue, senza senso, senza sosta, peggio della cantilena di Ginetto; non posso ancora tollerarlo.
Ho spaccato tutto, così come spaccherò le loro urla e le loro nenie.
-sooo– no qui! A contare i giorni, a contare i giovedì-
Fu così che mi richiusero di nuovo qui, nei mie nove metri quadri a contare mattonelle. In compenso hanno capito cosa mi turba, e stranamente ciò ha portato un piccolo premio: mi hanno lasciato carta e pennarelli per disegnare, per dare sfogo al mio ego, ma, soprattutto, mi hanno portato un giradischi con una mazurca! Siiii, un due tre, e ora posso volteggiare liberamente nei miei passi, anche con le braccia strette nella camicia posso volare nel ritmo che tutto ordina
Un due tre, uno-due, due e tre
Non potete capire come ora mi senta libero, felice, spensierato, come se tutto il resto attorno a me non ci fosse. Gira e gira e gira, i cattivi pensieri diventano leggeri, io di nuovo vivo, riacquisto la mia forza, da troppo tempo non mi sentivo così bene, sano. I muri si colorano e girano come gli specchi di una palla da discoteca, e come questa, dopo un po mi sono sentito, per la prima volta in mezzo alla pista, da solo, e lì ho capito.
-sooo– no qui! A contare i giorni, a contare i venerdì-
L'ho scritto anche nella lettera che ho mandato a mia moglie, mi ha risposto subito dopo in un foglio uguale al mio con la stessa penna, e mai sino ad oggi mi ero accorto che lei avesse la mia stessa calligrafia:
“Mi dispiace, ti penso e piango, tanto. Mi sono reso conto solo oggi di ciò che è successo e del male che ti ho fatto. Le tante incomprensioni, i battibecchi per cose futili e non, per il lavoro meschino che spaccava le nostre schiene e il nostro rapporto, per quel ballare che non abbiamo mai condiviso: uno voleva godersi la vita come un giro di danza e l'altro pretendeva al massimo fosse una seggiola. Non poteva funzionare, abbiamo sbagliato tutto e non possiamo rimediare. Io soprattutto non posso più tornare indietro a chiarire, a parlare, a spiegare bene ciò che ci pesa nel cuore, i desideri e le preoccupazioni, sempre troppo assorti nell'ascoltare solo le proprie e quelle esterne, non accorgendoci così che nel mentre relegavamo la persona al nostro fianco a restare muta, a non avere peso, costringendola ad una follia.
Mi dispiace davvero. Solo ora mi manchi, tra queste pareti fredde che mi circondano capisco che un ballo può voler dire tutto e dire niente.
Mi dispiace, in fondo provavo veramente qualcosa per te, e ne sono cosciente solo ora che immobile conto i giorni che passano”
-sooo– no qui! A contare i giorni, a contare i...-
ed entrò l'infermiere ad interrompere con i suoi calmanti, ma io non li voglio, non ne ho bisogno ora. Non voglio buttare questo mio attimo di lucidità, di ragione,di ricordi, non voglio, urlo, mi dimeno e vorrei di nuovo spaccare tutto. Non capisco perché voglia mettere fine alla mia mente per una volta che funziona, per una volta che ha ripreso a ragionare, non capisco.
Nel mentre nella stanza affianco anche Ginetto comincia ad urlare, neanche lui capisce perché, non lo sa e non trova pace, non vede la fine, non riesce a capire perché è ancora lì ma ne “sabato” ne “domenica” fanno rima con “qui”.