scritto da IlSognoCurioso il martedì, 24 febbraio 2009,14:12

Tutto perché Marco Polo potesse spiegare o immaginare di spiegare o essere immaginato spiegare o riuscire finalmente a spiegare a se stesso che quello che lui cercava era sempre qualcosa davanti a sé, e anche se si trattava del passato era un passato che cambiava man mano egli avanzava nel suo viaggio, perché il passato del viaggiatore cambia a seconda dell'itinerario compiuto, non diciamo il passato prossimo cui ogni giorno che passa aggiunge un giorno, ma il passato più remoto. Arrivando a ogni nuova città il viaggiatore ritrova un suo passato che non sapeva più d'avere: l'estraneità di ciò che non sei più o non possiedi più t'aspetta al varco nei luoghi estranei e non posseduti.
Marco entra in una città; vede qualcuno in una piazza vivere una vita o un istante che potevano essere suoi; al posto di quell'uomo ora avrebbe potuto esserci lui se si fosse fermato nel tempo tanto tempo prima, oppure se tanto tempo prima a un crocevia invece di prendere una strada avesse preso quella opposta e dopo un lungo giro fosse venuto a trovarsi al posto di quell'uomo in quella piazza.
Ormai, da quel suo passato vero o ipotetico, lui è escluso; non può fermarsi; deve proseguire fino a un'altra città dove lo aspetta un altro suo passato, o qualcosa che forse era stato un suo possibile futuro e ora è il presente di qualcun altro. I futuri non realizzati sono solo rami del passato: rami secchi.
(da "Le città invisibili", Italo Calvino)

scritto da IlSognoCurioso il lunedì, 23 febbraio 2009,08:22

      -Sono stanco, stanco e vecchio, diventa sempre più faticoso far ridere-
pensava il comico togliendosi la maschera. Sedutosi sopra lo sgabello della tigre cancellava con un colpo di spugna fradicia il suo sorriso dal volto, mentre i suoi piedi muovevano la paglia attorno.
Ha visto troppe persone tristi a cui risollevare il morale in questi anni, a quanti di loro bastava poco per ridere, per darli un breve attimo di spensieratezza lontana dai loro drammi personali. Risate sincere e sadiche nel vederlo cadere, rotolare, finire in pozze d'acqua e con torte in faccia, con quel sorriso ebete immobile stampato sul viso.
Non aveva mai pensato a se stesso: lui era il sorriso degli altri, la sua vita era tutta lì, smuovere la felicità degli altri per avere anche la sua. -Una puttana del sorriso- pensava. Erano passati anni, passata la sua giovinezza senza sorridere veramente per se stesso, passati gli anni in cui costruire qualcosa, e ora le sue energie sfiorivano e suoi numeri diventavano sempre meno buffi e sempre più patetici
      “adesso piangi molto dopo e ti disperi con ritardo”, quelle vecchie parole cantate del nano gli sembravano così sue.
Non riusciva più a far sorridere la gente, nemmeno i bambini, oppure non ne aveva più voglia, nessuno in tutti quegli anni si era interessato a lui, tutti turbati dai propri mali da sanare con il comico, che nessuno chiese al buffone se fosse felice, per tutti era scontato che lo fosse:
      -non vedi che bel sorriso ha sempre in volto, lui è spensierato- pensavano, o era comodo pensare.
Solo, al freddo della luce della sera, si puliva il viso, mentre il nano canticchiando ritirava gli attrezzi di anni di risate, e nessuno si accorse che una lacrima cancellava un sorriso di cerone dal volto di un vecchio pagliaccio.

scritto da IlSognoCurioso il martedì, 17 febbraio 2009,08:24

Ogni popolo ha il governo che si merita.
Il problema non sono i millantatori, i truffatori, ma chi si lascia millantare e fregare.
Sono stufo di chi non si vuole informare e ritiene più comodo ragionare per sentito dire, di chi non vede oltre la punta del proprio naso, di chi per un tozzo di pane è disposto a vendere il futuro dei propri figli.
Cari mamme e papà grazie di averci messo il cappio al collo.
Ora al prossimo che parlerà di orgoglio sardo sputerò in un occhio.
                              Faidì coddai pobulu de merda

scritto da IlSognoCurioso il mercoledì, 11 febbraio 2009,22:19

È la prima volta che scrivo il continuo di un racconto. Non ho potuto farne a meno, il personaggio continuava a parlarmi nella testa dopo che avevo finito il primo.

Sono qui a contare i giorni.

Mi sveglio e sono qui. Sono ancora qui. Sono veramente qui.
             -sooo– no qui! A contare i giorni, a contare i lunedì-
canticchia senza fine Ginetto “lo scemo” dalla stanza affianco. Come me merita di stare qua dentro, però come me ha degli sprazzi di lucidità in cui ragiona, anche se non se ne accorge mai, ragiona.
Entrambi, da un certo punto di vista siamo arrivati qua nello stesso modo: eravamo convinti di esser in una gabbia di matti che ci siamo finiti davvero.
Ho ucciso mia moglie, raptus omicida,
    -incapacità di intendere e di volere nel momento dell'omicidio, vostro onore-
con questa sgravante il mio avvocato e riuscito a farmi dare una cella qui dentro
    -invece che in un normale ma molto più lurido e buio penitenziario- così ha detto,
    -che fortuna!- ho aggiunto io - grazie sire, se ha qualche guasto in casa mi chiami pure, le farò un prezzo di favore.-
La perizia dei psichiatri forensi riconobbe la ragione al mio avvocato : “particolare caso di delirio, allucinazioni e fenomeni di assoluto scompenso rispetto alla realtà”. Così hanno proclamato.
Non hanno capito nulla.
Stress accumulato in anni di lavoro di merda”, ecco cos'è! A casa lei non faceva altro che battere su quel tasto dolente
    -Che vita! Neanche una mera soddisfazione! La mia rovina! Tu sei una nullità, tu sei la mia rovina!-
e quando il vaso fu troppo pieno traboccò. Era ovvio che sarebbe successo, “delirio”, lo chiamano loro, “reazione normalissima” secondo me.
Prendete dal frigorifero un lavoro che non vi piace e che non viene pagato, lasciatelo stagionare per dieci anni. Fatte un tritato fine con la vanga e mischiatelo a una moglie che non sa e non vuole divertirsi. Preoccupazioni, sempre, vede solo preoccupazioni. Non vuole neanche ballare perché si preoccupa, scarpe, soldi, lavoro, invidia, aspirazioni, vergogna, delusione, ancora invidia di non avere una pelliccia come le sue amiche, sempre invidia, tanta invidia, giratela bene l'invidia, mettetela a bollire e avrete il condimento da unire alla mia storia. Se la ritenete insipida aggiungete due gocce di calmante quanto basta per farmi stare zitto e buono.
Non nego che io sia malato, e il medico l'altro ieri mi ha detto che il fatto che io me ne renda conto è già un grande passo avanti, chissà, magari più in là, se continuo così potrò anche avere un giorno di permesso, mi daranno paletta e secchiello e potrò andare a scavare la tomba di mia moglie. Dal mese scorso che l'ho fatta a pezzi ancora non l'ho conservata, peccato, di sicuro è andata a male, mi toccherà buttarla in cortile, però in modo che il dottore non se ne accorga, sennò mi fa quelle punture tremende come l'altro giorno, e io non le voglio, quelle punture. Non- le- vo- glio! Sono peggio di mia moglie!
Una cosa non capisco: qua non c'è nessuna cura, ti chiudono da solo con i tuoi pensieri e se ne vanno; in questo non è molto diverso dal carcere. Ginetto ha ragione: siamo semplicemente qui ad aspettare che i giorni passino sempre uguali, tra momenti di aria e muri soffici su cui sfogarsi, ma sempre uguali, cadenzati solo dagli infermieri che vengono a legarti al letto quando non ce la fai più a sopportare quelle quattro pareti senza nessuno attorno.
            -sooo– no qui! A contare i giorni, a contare i martedì-
Fossi veramente solo poi. Invece sento Ginetto nella stanza affianco e non mi lascia mai riposare, sembra quasi non abbia bisogno nemmeno di riprender fiato: tutto il giorno, tutte le notti, ogni ora lì con la sua cantilena che mi entra nelle orecchie. Povero Ginetto, proprio non riesce a togliersela dalla testa, quella nenia, e per di più adesso non riesco nemmeno io a non sentirla in continuazione.
Ora mi chiedo: come posso stare tranquillo come vorrebbero se mi mettono affianco un pazzo simile?
Avrei bisogno di tranquillità, di pace, di relax, di un lavoretto manuale in cui concentrarmi, della mia mazurca che vorrei tanto ballare e che non posso nemmeno ascoltare, e invece niente. Gocce, analisi, luci, siringhe, muri di gomma, due botte con gli infermieri e i pazzi dalle celle vicine che urlano e si dimenano come me, e più di me.
Così non guarirò mai! Anzi, questo ambiente aggiunge panico ai miei problemi. Sono chiuso qui dentro, non posso fare niente per migliorare e non riesco nemmeno a riposare.
È questo che mi manda in bestia. Come mi manda in bestia il non poter mettere silenzio a quella nenia di Ginetto; ma se mi capita tra le mani giuro che faccio a pezzi la sua canzone.
             -sooo– no qui! A contare i giorni, a contare i mercoledì-
Che sbobba di merda danno a mangiare qui dentro, se l'avessi saputo prima non ci sarei venuto, mi sarei tenuto mia moglie a fare quella minestrina di dado, bastoncini di pesce con contorno di mozzarella del discount. Ancora rabbrividisco al pensiero. Ma il pranzo qui non è certo migliore, è servito in camera, è vero, ma non è migliore.
Te lo porta un angelo del dottore, un infermiere, vestito di bianco, bello, alto, libero e potente; sai già quand'è l'ora: senti i zoccoli ospedalieri rimbombare nel corridoio, il girare metallico delle sue grosse chiavi nelle serrature delle celle, e quando apre quella porticina, improvvisamente la mia stanza senza finestre si riempie di luce e la sua figura sembra davvero arrivare dal paradiso.
Io lo so, non c'è paradiso, sono venuto qui perché fuori era una gabbia di inferno, qui è una gabbia da purgatorio, ma dentro questo edificio e fuori dalla mia cella non c'è paradiso, ci sono muri bianchi, infermieri e peccatori penitenti come me che vagano inutilmente alla ricerca di qualcosa. Non so cosa sia, ma lo si cerca.
Ieri hanno fatto partecipare anche a me a questa caccia al tesoro. Hanno aperto la mia cella e mi hanno fatto andare nel salone, “a distrarmi”, visto che ero stato abbastanza bravo, meritavo un po' di svago, televisione, giochi, balli e socializzare con gli altri inquilini.

Ho spaccato tutto, quel salone rievocava troppi ricordi di fuori che ancora non riesco a sopportare. Quelle urla frenetiche e intermittenti della televisione, quei pazzi che ballavano la mia mazurca e non capivano che erano fuori tempo, non lo posso tollerare, che rovinino così la mazurca, la mia vita, alternando i passi allo zapping della televisione, e le loro urla, continue, senza senso, senza sosta, peggio della cantilena di Ginetto; non posso ancora tollerarlo.
Ho spaccato tutto, così come spaccherò le loro urla e le loro nenie.
            -sooo– no qui! A contare i giorni, a contare i giovedì-
Fu così che mi richiusero di nuovo qui, nei mie nove metri quadri a contare mattonelle. In compenso hanno capito cosa mi turba, e stranamente ciò ha portato un piccolo premio: mi hanno lasciato carta e pennarelli per disegnare, per dare sfogo al mio ego, ma, soprattutto, mi hanno portato un giradischi con una mazurca! Siiii, un due tre, e ora posso volteggiare liberamente nei miei passi, anche con le braccia strette nella camicia posso volare nel ritmo che tutto ordina
    U
n due tre, uno-due, due e tre
Non potete capire come ora mi senta libero, felice, spensierato, come se tutto il resto attorno a me non ci fosse. Gira e gira e gira, i cattivi pensieri diventano leggeri, io di nuovo vivo, riacquisto la mia forza, da troppo tempo non mi sentivo così bene, sano. I muri si colorano e girano come gli specchi di una palla da discoteca, e come questa, dopo un po mi sono sentito, per la prima volta in mezzo alla pista, da solo, e lì ho capito.

            -sooo– no qui! A contare i giorni, a contare i venerdì-
L'ho scritto anche nella lettera che ho mandato a mia moglie, mi ha risposto subito dopo in un foglio uguale al mio con la stessa penna, e mai sino ad oggi mi ero accorto che lei avesse la mia stessa calligrafia:

Mi dispiace, ti penso e piango, tanto. Mi sono reso conto solo oggi di ciò che è successo e del male che ti ho fatto. Le tante incomprensioni, i battibecchi per cose futili e non, per il lavoro meschino che spaccava le nostre schiene e il nostro rapporto, per quel ballare che non abbiamo mai condiviso: uno voleva godersi la vita come un giro di danza e l'altro pretendeva al massimo fosse una seggiola. Non poteva funzionare, abbiamo sbagliato tutto e non possiamo rimediare. Io soprattutto non posso più tornare indietro a chiarire, a parlare, a spiegare bene ciò che ci pesa nel cuore, i desideri e le preoccupazioni, sempre troppo assorti nell'ascoltare solo le proprie e quelle esterne, non accorgendoci così che nel mentre relegavamo la persona al nostro fianco a restare muta, a non avere peso, costringendola ad una follia.
Mi dispiace davvero. Solo ora mi manchi, tra queste pareti fredde che mi circondano capisco che un ballo può voler dire tutto e dire niente.
Mi dispiace, in fondo provavo veramente qualcosa per te, e ne sono cosciente solo ora che immobile conto i giorni che passano

            -sooo– no qui! A contare i giorni, a contare i...-
ed entrò l'infermiere ad interrompere con i suoi calmanti, ma io non li voglio, non ne ho bisogno ora. Non voglio buttare questo mio attimo di lucidità, di ragione,di ricordi, non voglio, urlo, mi dimeno e vorrei di nuovo spaccare tutto. Non capisco perché voglia mettere fine alla mia mente per una volta che funziona, per una volta che ha ripreso a ragionare, non capisco.
Nel mentre nella stanza affianco anche Ginetto comincia ad urlare, neanche lui capisce perché, non lo sa e non trova pace, non vede la fine, non riesce a capire perché è ancora lì ma ne “sabato” ne “domenica” fanno rima con “qui”.

 

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scritto da IlSognoCurioso il lunedì, 09 febbraio 2009,14:19

scritto da IlSognoCurioso il venerdì, 06 febbraio 2009,23:31

Qualcuno è morto al momento giusto. Questa è la frase più orrenda.

Maestro: basta un colpo di penna.

Non ci sono certezze; e non ci sono certezze nemmeno che non ci sono certezze.

la notte delle lucciole

Mi ha sconvolto. Vedere Sciascia oggi, con tutto ciò che si è alternato mi ha spiegato tutto. In maniera brutale come un pugno nello stomaco.
Ho perso qualche lacrima di rabbia e un po' come il Saba di Sereni ho inveito all'Italia.






 

scritto da IlSognoCurioso il venerdì, 06 febbraio 2009,16:33
L'Italia è una teocrazia fondata sull'ignoranza