scritto da IlSognoCurioso il domenica, 22 marzo 2009,15:09
Una storia di paese.

santeru
In ogni paese, alle sei del pomeriggio, le piazze si popolano di gente. Soprattutto a giugno, quando il primo caldo estivo con la sua afa opprimente, fa grondare le schiene piegate nei campi, e i volti rossi, neri di fatica appaiono come il volto di un cristo al venerdì santo: le vene delle tempie ingrossate a segnare i lineamenti su cui scivola l'affanno, e la bocca, dischiusa in una smorfia, si disseta di un'aria torrida che lascia senza fiato.

Non bisogna bere, o almeno non subito al primo seccarsi della gola, ma inumidire solo le labbra quando la sete diventa irresistibile nello stillare delle ore. I contadini lo sanno: in quelle condizioni anche l'acqua è una droga che gonfia lo stomaco e rende lo stare piegati di una fatica insostenibile. E più si beve e più si ha sete, sino a quando non finiscono le scorte e si è costretti ad attingere alla fonte salata del proprio sudore.
Tutti i giorni, però, anche quelli in cui malediresti d'esser vivo, verso le sei del pomeriggio il caldo e la luce pesante del sole concedono una tregua: l'aria diventa respirabile e il cielo assume finalmente un tono più tenue, un azzurro quasi pastello. I contadini, rigenerati nelle docce, con ancora i capelli umidi e la camicia pulita e morbida su quella pelle così dura, si distendono nei bicchieri di vermentino freddo nei bar e nelle cantine, mentre i bambini corrono per le strade in schiamazzi e giochi, finalmente liberi dalla paura di “sa mamma 'e su sole”, a quell'ora non più in agguato ad ogni angolo di strada.

In quel momento della sera, in cui la voglia di vita ritorna nei petti vigorosi dei giovani, le vecchie preferiscono continuare ad appesantirli nei fumi dell'incenso, nelle candele e nelle orazioni delle novene del santo. Nove giorni di preghiera, affinché il santo meta una buona parola con il suo superiore per il loro marito scomparso. Nove giorni di rinunce e canti ritmati nel loro lento dondolare delle teste dentro il sopore di una chiesa spoglia, per lasciare tutto ai giovani al decimo giorno, che nei loro abiti migliori riempiranno chiesa e paese di frastuono e festa, per sfogare la fatica del lavoro, per cercare l'amore e per ripetersi con gli sguardi, che si, è ancora lontana la vecchiaia e la morte.

Ogni giorno, l'ultimo suono che si sentiva alla fine della novena era uno sincopato passo di tacchi che dalla cappella della Madonna del Rimedio attraversa tutta la chiesa verso l'uscita. Un ticchettare di zoppo che si immetteva nella piazza.
Con le spalle avvolte nello scialle della vecchiaia e la testa cinta in un fazzoletto di una decennale vedovanza, nera come un corvo, Tzia Disgrazia dondolava dalla chiesa sino alla sua vecchia casa dall'altra parte della piazza, facendosi largo tra le risa, non troppo lontane, dei giovani seduti nei tavolini dei bar e borbottando con quelle labbra tirate in una bocca sdentata.
Non era un semplice mugugno da vecchia sclerotica il suo, ma malediceva quei giovani: -invecchierete anche voi- biascicava -e allora si che vi vorrò vedere ridere- nei confronti di quelli che come la vedevano arrivare si toccavano i coglioni, mentre i più zelanti e bigotti facevano un veloce segno della croce e i bambini più discoli, nascosti dietro i muriccioli, gridavano -Tzia Disgrazia!- epoi scappavano.
Quel soprannome la povera vecchia proprio non lo sopportava. Non era una maledizione la sua, ma una dote. Una dote passata di madre in figlia da generazioni. Per tutta la Sardegna, i femmias de meghia
erano tante, c'erano quelle che rimettevano apposto le ossa, quelle che ti facevano la medicina per i porri, quelle de s'sabba, e poi le quelle come lei, le più temute.
Venivano soprannominate nei modi più vari, frastimmadoras, femmias de fattuzu, cugurras, ma per il piccolo paese di San Vero lei era semplicemente “Tzia Disgrazia”. A volte bastava una sua sola parola per condizionare un'annata, per questo nei giorni prima del raccolto, quando la vedevano alzare gli occhi al cielo con un'espressione che diceva -mi sa che il tempo si rovina- , i contadini riparavano in chiesa. Ma per avere effetti più direzionati bisognava rivolgersi a lei, nella sua vecchia casa ammuffita dal tempo. Era in grado di togliere la gelosia che faceva piangere i bambini più belli, oppure di far capitare qualcosa di spiacevole a qualcuno: un oggetto, serviva un suo oggetto, da annerire al fuoco di una candela e alcuni bremus pronunciati sommessamente, e il gioco era fatto.

Tzia Disgrazia era certo un personaggio particolare, ma non l'unico che popolava le strade e la vita del paese di San Vero.

De Paulle su machìne este movidu
In Seneghe a fattu a passadura
A Narabuhja s'este frimmadu
e a coa sinch 'esti andadu
A Santeru su machìne est abarradu.

Un paese di matti, questa era la considerazione che i paesi vicini avevano: “Santeru sa idda 'e su disisperu”, ripetevano con ragione. Pareva che una strana, a volte goliardica isteria, traspirasse dai pori dei suoi abitanti.

San Vero Milis (OR): comune dell'alto campidano dedito all'agricoltura. 16 m. sul livello del mare; 5 borgate marine, territorio complessivo 37 km q; 2550 abitanti, 6 bar nel paese, altri 10 sparsi nella marina. Una media di un bar ogni 159,3 abitanti, compresi gli under 3 e gli over 90.
Abitanti astemi: non pervenuto.

furenti per aver piantosenza motivo, vedendo che in realtà era l'ottuagenario Tziu Frantziscu, semplicemente troppo lento nel ricaricare il fucile per dare un ritmo più allegro e veloce.A carnevale, i diciottenni festeggiavano la loro prima sbronza pubblica e consentita indossando i panni di militari pronti all'attacco e a bordo di trattori si impadronivano delle strade tirando il collo alle galline, fermando il traffico e assaltando le scuole. In quel giorno non ci poteva essere qualcuno che ragionasse. Finiva sempre così.
Infiniti poi gli aneddoti sui singoli: nessuno dimenticava quando Peppi Craba, cacciatore da avanzato tasso alcolico, festeggiò la cattura del primo cinghiale della stagione venatoria, sparando alle campane della chiesa. Per un breve periodo divenne sport nazionale, le campane suonavano alle ore più impensate e con i ritmi più festosi, anche se le vecchiette non capivano più a che ora e che funzioni si celebrassero. Don Tolu stesso, un giorno, sentendo all'ora di cena le campane suonare a morto, con il loro ritmo lento e cadenzato, infilò i paramenti in tutta fretta e ancora unto di minestra, corse in chiesa dove trovò le attitidoras
Il gioco finì solo quando si ruppe una campana e i paesani furono costretti a pagarne di nuova.

L'abitudine più stramba e pericolosa, era certo quella delle “pudazzate”. Non si sa il perché, ma da che mondo è mondo, a San Vero, i regolamenti di conto, le risse non sono mai finite a coltellate come in tutti i paesi, ma a colpi di roncola, di “pudazza”.
Forse perché il paese era di vocazione e si presentava come l'attrezzo più a portata di mano, forse perché San Vero in persona, con la sua corazza intarsiata d'oro da crociato, dall'alto dell'altare sfidava i mori invasori impugnando una falce, comunque sia anche il vecchio Tziu Frantziscu ricordava che era sempre andata così. A volte bastava anche solo un bicchiere di troppo, un'offesa, un'incomprensione affinché qualcuno restasse a terra con una pudazzata sulla testa.

Innumerevoli le volte in cui le varie amministrazioni comunali, in accordo con il pretore, emisero ordinanze che bandivano
l'uso e il possesso di ogni roncola, falce, o pudazza, per alcun utilizzo o occasione.
Chi venisse colto in fragranza di reato, pena cinque giorni di cella e settantacinque mila lire di sanzione amministrativa”.

In meno di due giorni questa, come tutte le leggi che cercano di modellare la realtà alle alle sue intenzioni, mostrava i suoi limiti: Praticamente mezzo paese finiva in cella o si paralizzava il lavoro nei campi. Subito dalle cantine partivano accese manifestazioni di agricoltori, ubriaconi, curiosi, simpatizzanti e aizzatori di ogni protesta paesana.
Il Geometra Puddu, scapolo, oppositore di professione, unico comunista del paese, attendeva veemente occasioni come queste. Uscito di casa vestito da matrimonio, giacca cravatta e fazzoletto rosso nel taschino,dinnanzi al comune prendeva parola leggendo il discorso scritto con tanta cura giorni prima:

-Questo è un attacco portato in essere dalle istituzioni, per privare i lavoratori del loro lavoro e ricondurli a condizioni alienanti di sfruttamento. Ma il popolo non cederà e si riprenderà i suoi arnesi indispensabili, necessari e determinanti per l'economia locale tutta. Ci riprenderemo le nostre falci a colpi di martello!-

Vuoi per ignoranza, vuoi perché i contadini dei martelli non sapevano che farsene, nessuno capì il discorso del geometra. Comunque, puntualmente, le ordinanze come quelle venivano revocate e si tornava alla normale vita di sempre, con i campi pieni di lavoratori, i bar stracolmi di ubriachi e i morti per roncolata.

Come la faida dei Boy-Spiga, in cui le due principali famiglie terriere di San Vero si ammazzavano a colpi di pudazza da ben quattro generazioni.
Tutto era iniziato una sera di settant'anni prima, quando tornando dai campi, Tziu Antoi Spiga, sorprese in camera la consorte, la prorompente Tzia Angelica, che allietava Salvatore Boy.
-Mi fiad fendi bì su serviziu 'e tziccaras- cercò di dire il colpevole mentre tentava di rivestirsi. Ma da buon tradizionalista, Tziu Spiga era fermamente convinto che i servizi buoni da caffè fossero fatti per restare chiusi nelle credenze, e tirato fuori il suo bel falcetto lucido lo piantò dritto nel cranio dell'usurpatore.
La questione non andò giù alla famiglia Boy, neppure alla moglie dell'ucciso, forse per la solitudine della vedovanza, o semplicemente per l'invidia di non avere anche lei un così bel servizio di tazze da caffè, e così, a distanza di decenni, continuavano a darsele a pudazzate di santa ragione.

Ora, finalmente si era capita l'inutilità di continuare a spargere quel sangue dopo settant'anni. Era giunto il momento di smetterla, di metterci una pietra sopra. Si sancì la riappacificazione del paese il giorno della festa del santo. Al termine della messa in cui il prete, in una sonnolenta omelia, aveva ribadito l'intervento in merito del santo, nell'aula consiliare del comune, tra coccarde, autorità, dolci di mandorle e litri di vino, davanti a centinaia di persone e all'emittente televisiva regionale, Michele Boy e Giacomo Spiga si scambiarono le loro pudazze in segno di amicizia e amistà.

Fu la più grande festa d che il paese ricordasse, la prima senza colpi di falce. Solo Tziu Frantziscu era uscito con la roncola sotto la giacca -'orcu mundu- aveva detto -Kenze pudazza no è festa! Porcu mundu!-
I festeggiamenti furono tra i migliori, con l'albero della cuccagna, balli in piazza e litri di vino ai tavolini, ma così tanto che Tziu Frantziscu si pisciò addosso al quinto bicchiere: segno che il vino era buono, i bagni del bar erano pieni e che la sua prostata non era più quella di una volta.
Sul palco, a intervallare la fisarmonica di Pedru, tra una mazurka e un ballu tundu furono organizzate le gare a poesia di due dei migliori cantadores del circondario: Manca e Bratzu. Tra i due correva un odio insanabile nato nello stesso modo di quello dei Boy Spiga, preferendo però darsele a colpi di rime, essendo le loro lingue affilate molto più delle pudazze. La loro estemporaneità, a volte andava avanti sino alle prime luci dell'alba. Anche quel giorno, per la gioia di tutti, fu scelto come argomento di discussione “il perdonare o meno chi ruba

Subito cominciò Manca, donnaiolo di celebrate dimensioni, così come aveva più volte testimoniato Maria Braztu

Gesusu ha perdonadu,
In sa rughe, su ladrone,
e tui non perdonas
issu pro un’anzone?

Ma senza esitazione, e rosso in volto di rancore verso il rivale e la moglie, Braztu sbottò

Est beru! Gesus in cruxi
su ladrone ha perdonadu
ma non fiat ad issu
chi aianta furadu.

Si a issu puru aiad
furadu un anzone
a stoccadas chi aiad
perdonadu su ladrone.

E via così per tutta la notte, tra sentenze storiche e letterarie, con dissertazioni sul pensiero divino che persino Don Tolu prese appunti per le omelie della settimana santa.

I giorni scivolarono tranquilli, con le solite discussioni in piazza del bar, i soliti bicchieri e gli schiammazzi dei bambini alla sera nell'inseguire il passo zoppo di Tzia Disgrazia, ma tutto più calmo, senza paure alla spalle di esser e colpiti. Ma passò poco che dall’edicola drappeggiarono i giornali locali:


--Fatalità del Destino: Falciata a morte la faida delle pudazze-
Giacomo Spiga, ferito a morte da una roncola in un banale incidente domestico
.

San Vero Milis, Oristano: il corpo senza vita di Giacomo Spiga, possidente terriero locale, di anni 47, noto ai più per aver messo fine nei giorni scorsi, assieme a Michele Boy, alla triste faida che da decenni insanguinava il paese, è stato rinvenuto ieri sera presso la sua rimessa di attrezzi agricoli.
Secondo i primi accertamenti, l’uomo stava sistemando gli attrezzi dopo la giornata di lavoro, quando, ricurvo su alcuni sacchi, il tassello del muro, su cui era appesa una falce, ha ceduto andando a colpire la nuca del malcapitato. La fatalità ha voluto che la falce in questione fosse proprio quella regalatagli dal suo ex avversario come simbolo della fine degli storici rancori. A dare l’allarme e a ritrovare il corpo ormai inerte, la moglie allarmata dopo alcune ora di attesa. Sul corpo rinvenuto anche l’oggetto imputato, ancora sporco di sangue e nero di fuliggine, probabilmente sporcizia del posto.


Ma in paese le idee erano assai diverse, soprattutto ora che Michele Boy si recava a porgere le più sentite condoglianze alla vedova Spiga facendosi offrire il caffè con il servizio buono.

categoria:racconti, tornando ad itaca
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scritto da IlSognoCurioso il giovedì, 19 marzo 2009,10:11

a proposito di Aids e preservativo
L'ombra della Chiesa

di ADRIANO SOFRI

ratz
Gia' dall'alto dei cieli, sull'aereo che lo sta portando al prediletto continente africano, il Papa proclama che l'Aids non si risolve distribuendo preservativi, i quali anzi aggravano il problema. Si può rassegnarsi a che la Chiesa ripeta le sue posizioni assolutiste, in nome della fedeltà ai principii, ma c'è una gamma di sfumature possibili. Di occasioni, di toni. Invece no. Invece vince l'oltranza. È la posizione di sempre della Chiesa, si obietta, è stata del suo predecessore. (L'innovazione, annotano i filologi, sta nel fatto che questa volta il Papa ha pronunciato proprio la parola: preservativo).

Ma c'è un di più, una troppa grazia, nell'inaugurare così il pellegrinaggio africano. E non limitandosi a dire che i preservativi non bastano ad affrontare il flagello - certo che non bastano - ma che lo aggravano. Dunque additando il peccato e la colpa di chi i preservativi in Africa cerca di distribuirli, e passa così per untore. C'è un'impressione di pazzia che ricorre attorno a queste scelte, e non si capisce come la Chiesa voglia ignorarla, quando non si compiaccia di fomentarla. Di dare scandalo.

Erano passati dieci giorni dallo scandalo per la bambina brasiliana. Quale persona ragionevole e di cuore, cattolica o no, credente o no, può voler costringere una bambina di nove anni e di trenta chili a partorire due gemelli, frutto della lunga violenza esercitata su lei da un patrigno che l'aveva in balia? Otto giorni dopo la notizia che la madre della bambina e i medici che l'avevano soccorsa - questo è il verbo: soccorsa - erano stati scomunicati dall'arcivescovo di Recife, e che il Vaticano ne aveva approvato l'operato, otto giorni dopo, un prelato romano ha ritenuto di correggere quel gesto scandaloso. E come l'ha fatto? Dicendo (cito il titolo, testuale, dell'Avvenire): "Scomunica sì, ma serviva misericordia.

Una scomunica misericordiosa, questo serviva? "Prima di pensare alla scomunica era necessario e urgente salvaguardare la vita innocente della bimba...". Non "prima di pensare alla scomunica", ma "invece di pensare alla scomunica", era urgente. Tuttavia la mezza marcia indietro può essere il modo della Chiesa di fare una marcia indietro intera, e va almeno apprezzata l'insistenza sulla necessità di trattare i singoli casi, perché nella casistica, e in una casistica magari ipocrita ma intelligente, sta l'eventualità che la Chiesa di oggi riapra l'occhio della misericordia.

Resta il fatto che il tentativo di restituire alla Chiesa un'aura di sensibilità ha impiegato otto giorni, e nel frattempo si erano sguinzagliati i cani arrabbiati, e non è poi facile richiamarli a cuccia. La dottoressa Fatima Maia è la direttrice del Centro sanitario in cui la bambina brasiliana ha potuto abortire, è cattolica, e ha avuto anche lei il tempo di riflettere, e poi ha dichiarato: "Grazie a Dio, mi trovo fra quelli che sono stati scomunicati". Lo ripeto, senza nessun compiacimento: un'impressione di non leggera follia.

C'è un'esasperazione attorno a questo Papa e alla sua Chiesa. E non si tratta solo delle persone, di quelli che sanno immaginare di essere il padre o la madre della bambina di Recife, e di quelli così bravi e infelici da saper immaginare di essere quella bambina. E di essere un bambino o una bambina, una donna o un uomo della prediletta Africa. Ieri sono piovute le proteste secche di una serie di cancellerie. Non della pregiudicata Spagna di Zapatero, ma della Germania di Ulla Schmidt e di Angela Merkel e della Francia di Kouchner e Sarkozy, e della stessa Unione Europea. L'Unione Europea, gli impettiti e maturi rappresentanti di un continente fortunato costretti a ribadire che la diffusione del preservativo serve a salvare vite umane, in Africa e dovunque.

Questo non succedeva con "l'altro Papa", benché anche lui, papa Wojtyla, fosse così rigido in ciò che tocca la sessualità. Non c'entra solo la diversa personalità dei due uomini. C'entra il tramonto di quella che si può chiamare l'"eccezione cattolica": una specie di accordo, metà rassegnato metà cortese, sulla bizzarria per la quale la Chiesa cattolica si riserva delle licenze paradossali per tutto ciò che riguarda il sesso, e di lì in poi si può averci a che fare. È questo che tanti uomini di Chiesa (compreso quell'arcivescovo di Recife) chiamano il primato della legge di Dio sulla legge degli uomini.

Legge di Dio è quello che attiene alla sessualità. Attenzione: alla sessualità, e non alla "vita". Non si spiegherebbe se no la tiepidezza con la quale la Chiesa ha maneggiato la questione della pena di morte. Ma la sessualità non è più, ammesso che lo sia stata mai - come pretendeva un'epoca in cui i panni sporchi si lavavano in famiglia, e all'orecchio del confessore - un terreno riservato e appartato.

Il Papa può proclamare, sempre dall'alto di quel cielo, che la soluzione stia nell'"umanizzare la sessualità, cioè innovare il modo di comportarsi verso il proprio corpo": ma questo vuol dire ignorare il problema presente e urgente, e sabotarne i rimedii parziali ma essenziali, com'è l'educazione all'uso del preservativo e la sua distribuzione. Specialisti papisti dichiarano che l'uso del preservativo è dannoso perché induce a una fallace sicurezza, e che dietro la sua promozione stanno le ingorde multinazionali produttrici. Balle: al complottismo dell'affarismo profilattico si risponda piuttosto rivendicando la gratuità, e il rischio residuo dell'uso del preservativo è incomparabile con il disastro dei rapporti non protetti, salvo che si finga di credere che davvero la gente smetta i rapporti sessuali, e lo faccia per giunta in misura e tempo utili a fronteggiare l'epidemia. Con una simile logica, se finalmente esistesse un vaccino anti-hiv, bisognerebbe vietarne la diffusione. Che sensazione di non lieve follia.

Il Papa ha lodato la gratuità delle cure, e ci mancherebbe altro. Ma a condizione che si affronti la riproduzione allargata di malati da curare, gratis o no. Le impazienti reazioni di governi e istituzioni internazionali, che vedono offesa la ragionevolezza e sabotata la fatica di tanti professionisti e volontari, restituiscono il Vaticano alla sua misura terrena e alla sua responsabilità diplomatica, senza eccezione. Una stupidaggine è tale, anche se venga pronunciata da un Papa, e in nome di un Dio. Oltretutto in questa circostanza il Papa ha a che fare solo con se stesso: non con una Curia intrigante, non con una qualche solitudine, non con "un difetto - anche lui! - di comunicazione".

E l'Italia? Il suo ministro degli Esteri ha spiegato che lui non commenta le parole del Papa. L'Italia è extraterritoriale. Per l'Italia, di gran parte del centrodestra e di una mortificante parte del centrosinistra, l'eccezione cattolica resta in pieno vigore. C'è una divisione del lavoro: alla Chiesa competono la nascita e la morte, più alcune cerimonie dell'intermezzo - i matrimoni, essenzialmente - alla maggioranza politica l'intermezzo vero e proprio, la vita, cioè, se non dolce, ottimista.

La pietà dei credenti viene stirata tormentosamente. Muore Piergiorgio Welby e gli viene rifiutato il funerale. Quando si tratta di Eluana, i rifiutatori proclamano che "Welby era un'altra cosa". Lo vedemmo, che altra cosa era. Quando si tratta di Eluana, si grida all'omicidio. Per vendicarsene, una maggioranza pagana e sanfedista cambia il nome delle cose e confisca i corpi dei sudditi. Lasciando libertà di coscienza: graziosa espressione, che vuol dire che la coscienza è revocabile, e che la sua libertà è una cosa da "lasciare". Coscienze in deposito, oggetti smarriti.

Può darsi che la gerarchia cattolica italiana sia contenta così: contenta di galvanizzare le sue schiere militanti, e di mettere a tacere i suoi fedeli dissidenti e amareggiati. Che addirittura questa faziosità le sembri una bella ed evangelica intransigenza. Non è escluso, dato che anche dalla parte opposta, di quella che si prende per sinistra, ci sono campionari simili. Ma che futuro verrà da un tal presente? L'eccezione cattolica accompagna come un'ombra la storia italiana, e in certe ore si allunga fino a inghiottirla. Ogni volta di nuovo i cittadini laici - credenti o no, davvero non è il discrimine - si chiedono se il saldo fra il dare e l'avere della presenza cattolica nella società italiana sia in fondo positivo o negativo.

Se bisogni augurarsi di ridurla allo stremo, quella presenza, per diventare un paese un po' più normale, a costo di perdere tanta carità e solidarietà e premura per la vita indifesa, o se si ritenga ancora che quella presenza faccia argine al peggio, al razzismo, al cinismo, all'esclusione. Finora, la gran parte dei laici ha creduto, o almeno confidato e scommesso, sul secondo corno del dilemma. Anche i mangiapreti. Marco Pannella e i suoi andavano a piazza San Pietro per dare forza alla battaglia contro la fame nel mondo, o contro la violenza delle carceri. Oggi molte persone laiche - non saprei dire quante, ma molte - credenti o no, sono offese e respinte da una durezza della Chiesa che a volte sembra ottusità, a volte cattiveria, e ci vedono una malattia inguaribile della società italiana. A chi può far piacere?
(www.repubblica.it)

scritto da IlSognoCurioso il venerdì, 13 marzo 2009,08:21
Continua ad urlare dalla sua stanza: uno, due e

        3.  Sono confuso.

Sono confuso.
Sempre più triste e confuso.
Apro gli occhi ma è tutto buio,
li richiudo. Così almeno potrò vedere nella mia mente.
Ad occhi aperti non vedrei niente neanche volendo.
Nella mia testa almeno ci sono io, assieme al dottore, a mia moglie, a Ginetto e a tutti i problemi.
Nella mia testa almeno non sono solo. Loro mi fanno compagnia e io resto ad ascoltarli ora che ho capito come apprezzarli;
ma non so chi è più reale tra loro e l'infermiere che vedrei solo se aprisse quella porta, e la porta la apre solo ad intervalli. Lui non esiste sempre. Gli altri si.
Non so più chi ascoltare, ogni voce nuova che mi da consiglio diventa un brusio in più nel marasma, un baccano assordante
E aumenta la confusione.
Vorrei capire, piango, vorrei capire senza calmanti,
calma, rifletto:
           - Che sia questo baccano un ritmo che devo imparare a seguire?!-

-...o almeno ad assecondare...-   

categoria:racconti
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scritto da IlSognoCurioso il giovedì, 12 marzo 2009,08:17
Destinazione.

treno-reduci-dalla-Russia
La porta socchiusa fungeva da filtro: un fievole raggio di luce di lampadina dal corridoio entrava nella stanza segnando le forme dei corpi che giacevano sonnolenti, mentre il tanfo dei loro sudori cercava sfogo verso l'uscita, evidentemente troppo stretta vista l'aria pesante che si respirava dentro.
Non era solo l'odore dei quaranta soldati ammassati in quella camerata a rendere l'atmosfera opprimente, ma si sentiva qualcosa che rendeva il fiato ancora più corto e il sonno agitato in quei giovani che si giravano nelle loro brande, tra colpi di sonno, respiri e sospiri nel tentativo di riposarsi un poco in vista della giornata che li avrebbe attesi la mattina seguente.
Era mezzanotte e mezza quando la sagoma di un soldato sui trent'anni apparve alla soglia di quella stanza, con la luce alle spalle e il buio davanti che ne cancellava i lineamenti del viso. Cercò una branda lasciata vuota e la trovo in un angolo a destra, in alto, in un letto a castello che si ergeva tra montagne di scarpe e zaini militari.
Esausto si tolse giusto la camicia, sformata da una giornata di viaggio, e si sdraio così com'era vestito, tanto tra meno di cinque ore avrebbe dovuto riprendere la marcia verso la locazione destinata. Molto lontana questa volta.
Quella sera il treno speciale dell'esercito partito dalla stazione di Pisa alle 16 e 50 e previsto in arrivo a Firenze-Santa Maria Novella due ore e quaranta minuti più tardi, fece un ritardo di oltre tre ore: a causa di un binario manomesso all'altezza di Empoli diversi soldati dovettero scendere per aiutare a risistemare alla meglio le traversine divelte prima di ripartire. Giunti in caserma stremati e senza cena furono ricevuti da un maresciallo che consegno loro la lettera di destinazione del giorno seguente, accompagnata da un saluto militare e da un “si faccia onore figliolo” detto senza molta convinzione.
Ottenuto finalmente un po' di riposo, il soldato, con la testa appoggiata sul cuscino aprì la sua busta, lesse la direzione in un attimo di apnea che gli impedì qualsiasi reazione successiva. Ripiegò il foglio, lo infilò nella tasca dei pantaloni e si mise su un fianco nel tentativo di chiudere gli occhi. Tentativo non riuscito a causa di pensieri e preoccupazioni: chi avrebbe spaccato la legna per la madre? Chi badato al bestiame? Quella donna era troppo anziana per reggere simili fatiche. Ma l'elemento di disturbo principale al sonno fu la burbetta della branda sotto che dopo aver letto la propria lettera aveva cominciato a singhiozzare.
Un ragazzo sui vent'anni, biondo e un po' gracile, con uno sguardo ingenuo e terrorizzato piagnucolava con la faccia affossata nel cuscino e stringendo nel pugno la lettera che gli diceva “5° reggimento guastatori, istanza Macomer (NU)”. Non era altro che un contadino mai uscito dal proprio campo sulle colline di Siena, aveva sentito parlare della Sardegna come di un luogo lontanissimo e antico, in cui non fosse ancora arrivata la civiltà, pericoloso per i suoi selvaggi e i suoi riti e i suoi animali feroci, come la più sperduta e impervia foresta delle favole. Questa era la sua convinzione, basata su racconti di chi c'era stato e dai luoghi comuni, e per questo ora si disperava.
      -Che cazzo piangi imbecille? Smettila che devo dormire, sennò mi alzo e ti do un buon motivo per piagnucolare- bisbigliò scocciato il soldato sui trent'anni,
      -Non voglio, non voglio andare, non voglio morire- rispose il giovane con la voce strozzata dal pianto.
      -Smettila burbetta! Tu andrai come tutti noi dove ti è stato assegnato, senza fiatare, capito?! E ora dormi-
ma l'unica reazione sul giovane fu quella di aumentargli la disperazione e il pianto, tanto che anche altri soldati, infastiditi, dai letti vicini cominciarono a minacciare di fare silenzio.
      -Scusa camerata- riprese allora il trentenne nel tentativo di sedare la disperazione del commilitone
      -Dove sei stato assegnato per disperarti così? Germania? Polonia?-
      -No, peggio – rispose il biondino soffiandosi il naso – Sardegna! Capisci?! Mi mandano tra i selvaggi dove morirò di sicuro sbranato da qualche belva se non mi ammazzeranno prima le bombe-
Nel mentre l'altro, in silenzio, non diceva niente,continuava ad ascoltare mentre il buio copriva l'espressione perplessa del suo volto
      -Ho sentito raccontare cose allucinanti su quell'isola, sono dei selvaggi!! degli assassini! Dicono che se non ti ammazza il nemico ti ammazzano i tuoi compagni di reggimento per derubarti!, non voglio, non voglio andare-
L'altro soldato, allora, per incoraggiare gli bisbigliò
      -ma smettila, ti assicuro che non è così male, anzi, ci sono molti posti ben più brutti-
ma non ci fu modo di smuovere il ventenne dalla sua posizione -tu non capisci, tanto ci devo andare io lì isolato in mezzo al mare, in mezzo a un sole che spacca le pietre e a un vento che ne porta via i resti, in mezzo al puzzo di morte e tra i banditi, so già che non tornerò mai più, io ho solo vent'anni vorrei farmi una vita, vedere un po' il mondo, perché no? Anche da militare non sarebbe male, ma è una beffa morire in Sardegna al primo incarico- e riaffondò la faccia nel cuscino.
Il trentenne allora con un tono di voce che pareva amorevole disse
     -senti, se ti va possiamo fare cambio di destinazione, tanto io in Sardegna ci sono già stato e saprei come muovermi, non mi fa paura...-
     -Davvero?- chiese con gli occhi lucidi e incredulo il giovane soldato
     -Assolutamente si, per me un posto vale l'altro ormai, allora domani mattina appena alzati andiamo dal comandante e vediamo se è possibile fare uno scambio-
Le lacrime da disperazione passarono ora ad essere di felicità sul viso del ragazzetto, che smise di ringraziare il commilitone solo dopo le scarpe lanciate da altri della camerata che cercavano di dormire.
Entrambi i soldati furono destati da un sonno profondo e rilassato quando, alle cinque e due minuti, nel cortile, le trombe suonarono la sveglia e un sergente istruttore passò tra le brande dando colpi di ramazza ai piedi.
I due si risistemarono la camicia, barba, faccia e corsero prima dal maresciallo e dal capitano poi, che perplesso nel sentire la loro richiesta, e soprattutto le preoccupazioni del biondino, si strinse nelle spalle e invertì i due ordini di direzione.
Si lasciarono sulla banchina del secondo binario della stazione, mentre il trentenne saliva sul treno diretto al porto di Livorno. Il giovane nella gioia continuava a ringraziare e ad augurare ogni fortuna a quel commilitone, tanto buono, disposto a sacrificarsi per il suo futuro: non avrebbe mai scordato un atto del genere, promise che un giorno si sarebbe sdebitato, quando il capotreno fischiò la partenza e chiuse le ultime porte del treno.
Mentre il treno cominciò il suo lento muoversi, un soldato sui vent'anni fermo sulla banchina, si accorse di non sapere ancora a quale destinazione il suo benefattore aveva rinunciato. Aprì velocemente la lettera per leggere e ringraziare un'ultima volta da lontano il suo amico, quando la voce gli si strozzò in gola nel leggere “Luga- Russia- Fronte orientale”.
Il suo viso si sbiancò d'un tratto mentre i suoi occhi su cui era sceso di colpo l'inverno guardavano il treno per la calda Sardegna ormai già troppo lontano.
(Ispirato a una storia vera)
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scritto da IlSognoCurioso il lunedì, 02 marzo 2009,18:02

Mehuris de Lessìa

C'è un problema nel mercoledì delle ceneri di Ovodda: non si riesce a descriverlo.
Ho provato a raccontarlo a chi mi chiedesse come fosse, non rende.
Avete in mente dei pazzi da manicomio in libera uscita? Bene, sembrerebbero dei sani in confronto a ciò che si muove per il paese in quel giorno.
Non si può entrare a Ovodda se non si passa per le mani degli Intighidores che lasciano sul viso del nero di sughero misto ad olio d'oliva. Antico patto tra ospite e ospitante, sullo stesso piano, con rispetto, uguali, e ciò che avviene non “lo fanno loro” ma “lo facciamo noi”.
Capre e muli a guinzaglio, una pecora scuoiata ancora sanguinante portata sulle spalle, televisioni “accese” con il fuoco, balli, fueddos, vino, ritmo, danze, parole.
Ho visto bambini di otto anni con ombrelloni vecchi dell'algida colpire la centralina d'allarme dell'ufficio postale, così da farla suonare per seguirne il ritmo come se fosse un ballu tundu, mentre i più piccoli si facevano trainare su un frigorifero vecchio come se fosse una slitta.
Ne guardie, ne genitori, non forze dell'ordine (l'unica era una maschera): anarchia assoluta secondo molti, rispetto non scritto secondo altri. Nessun giudicato ma tutti giudici, mentre una fata turchina cercava di prendermi come marito, veniva condannato Don Conte, tiranno secolare, brucciato per espiare e gettato da una rupe giù nel fiume, spinto giù con la forza di tutti, assieme, cadenzando lo sforzo al ritmo di Ca-pel-lac-ci Ca -pel-lac-ci, altro tiranno.
Il fatto che prese fuoco anche una macchina vicina non fu una preoccupazione, “era vecchia” fu la motivazione.

3319901053_1ff2f1472fFoto Federico Cau