-Sono stanco, stanco e vecchio, diventa sempre più faticoso far ridere-
pensava il comico togliendosi la maschera. Sedutosi sopra lo sgabello della tigre cancellava con un colpo di spugna fradicia il suo sorriso dal volto, mentre i suoi piedi muovevano la paglia attorno.
Ha visto troppe persone tristi a cui risollevare il morale in questi anni, a quanti di loro bastava poco per ridere, per darli un breve attimo di spensieratezza lontana dai loro drammi personali. Risate sincere e sadiche nel vederlo cadere, rotolare, finire in pozze d'acqua e con torte in faccia, con quel sorriso ebete immobile stampato sul viso.
Non aveva mai pensato a se stesso: lui era il sorriso degli altri, la sua vita era tutta lì, smuovere la felicità degli altri per avere anche la sua. -Una puttana del sorriso- pensava. Erano passati anni, passata la sua giovinezza senza sorridere veramente per se stesso, passati gli anni in cui costruire qualcosa, e ora le sue energie sfiorivano e suoi numeri diventavano sempre meno buffi e sempre più patetici
“adesso piangi molto dopo e ti disperi con ritardo”, quelle vecchie parole cantate del nano gli sembravano così sue.
Non riusciva più a far sorridere la gente, nemmeno i bambini, oppure non ne aveva più voglia, nessuno in tutti quegli anni si era interessato a lui, tutti turbati dai propri mali da sanare con il comico, che nessuno chiese al buffone se fosse felice, per tutti era scontato che lo fosse:
-non vedi che bel sorriso ha sempre in volto, lui è spensierato- pensavano, o era comodo pensare.
Solo, al freddo della luce della sera, si puliva il viso, mentre il nano canticchiando ritirava gli attrezzi di anni di risate, e nessuno si accorse che una lacrima cancellava un sorriso di cerone dal volto di un vecchio pagliaccio.
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