scritto da IlSognoCurioso il domenica, 24 maggio 2009,22:00

Mi sono innamorato di te
perché
non avevo niente da fare
il giorno
volevo qualcuno da incontrare
la notte
volevo qualcuno da sognare
Mi sono innamorato di te
perché
non potevo più stare solo
il giorno
volevo parlare dei miei sogni
la notte
parlare d'amore
Ed ora
che avrei mille cose da fare
io sento i miei sogni svanire
ma non so più pensare
a nient'altro che a te
Mi sono innamorato di te
e adesso
non so neppure io cosa fare
il giorno
mi pento d'averti incontrato
la notte
ti vengo a cercare.


Dal mare c'è sempre
qualcuno che sta per tornare,
In mare c'è sempre
qualcosa da guardare,
e una storia è come di un'onda lo sciabordare
Dal mare c'è sempre qualcuno che ha qualcosa da raccontare
una storia di uomo se la si sa ascoltare


Tanti anni fa, nel 1940, credo, in un racconto intitolato Il relitto di kanasaka, Coloane ha narrato il suo strano incontro con un navigatore condannato alla solitudine sino alla fine dei tempi.
Quell'incontro si era verificato, effettivamente, nelle acque della Baia Desolata, nel canale Beagle.
L'imbarcazione sulla quale lo scrittore si trovava aveva rischiato di cozzare contro un relitto, che galleggiava trascinato dalle correnti; aggrappato ad esso, un indio yaghan era passato lì vicino, sfiorando quasi il ponte e tendendo il braccio come volesse indicare la rotta della catastrofe.
L'equipaggio e i passeggeri restarono muti di spavento di fronte a quello spettacolo terribile, ma Coloane, indagando nel corso di quel viaggio e di altri che seguirono, riuscì a sapere da dove veniva lo yaghan e quale tragedia lo aveva colpito.
Era un cacciatore di foche. Un giorno, mentre seguiva un animale dalla splendida pelliccia, si era avventurato alla banchisa. Fu allora che, vuoi per una caduta in acqua, vuoi per il nevischio o per il suo stesso sudore, la bassa temperatura aveva gelato il suo corpo bloccandolo in piena corsa. La primavera, poi, aveva staccato quel pezzo di ghiaccio condannando il cacciatore a essere un navigatore fantasma.
Avevo quattordici anni quando ho sentito Francisco Coloane raccontare questa storia a dei pescatori di Chiloé. È passato tanto tempo, ma mi ricordo ogni parola della sua conclusione:
“Tutto, allora, si spiega facilmente; ma nella mia memoria è rimasta, come un simbolo, la figura ieratica e sinistra del cadavere dello yaghan di Kanasaka, che insegue sul mare i profanatori di quelle solitudini, i bianchi “civilizzati” venuti a turbare la pace della sua razza, e a causarne la rovina con l'alcool e tutte le altre sventure. Quel cadavere sembrava dire, con il suo braccio teso: “fuori di qui”.
Luis Sepùlveda, Il mondo alla fine del mondo


Immigrati salvateci dagli italiani.

scritto da IlSognoCurioso il domenica, 05 aprile 2009,20:53

Una mujer desnuda y en lo oscuro

Una mujer desnuda y en lo oscuro
tiene una claridad que nos alumbra
de modo que si ocurre un desconsuelo
un apagón o una noche sin luna
es conveniente y hasta imprescindible
tener a mano una mujer desnuda.

Una mujer desnuda y en lo oscuro
genera un resplandor que da confianza
entonces dominguea el almanaque
vibran en su rincón las telarañas
y los ojos felices y felinos
miran y de mirar nunca se cansan.

Una mujer desnuda y en lo oscuro
es una vocación para las manos
para los labios es casi un destino
y para el corazón un despilfarro
una mujer desnuda es un enigma
y siempre es una fiesta descifrarlo.

Una mujer desnuda y en lo oscuro
genera una luz propia y nos enciende
el cielo raso se convierte en cielo
y es una gloria no ser inocente
una mujer querida o vislumbrada
desbarata por una vez la muerte.


Mario Benedetti

scritto da IlSognoCurioso il giovedì, 19 marzo 2009,10:11

a proposito di Aids e preservativo
L'ombra della Chiesa

di ADRIANO SOFRI

ratz
Gia' dall'alto dei cieli, sull'aereo che lo sta portando al prediletto continente africano, il Papa proclama che l'Aids non si risolve distribuendo preservativi, i quali anzi aggravano il problema. Si può rassegnarsi a che la Chiesa ripeta le sue posizioni assolutiste, in nome della fedeltà ai principii, ma c'è una gamma di sfumature possibili. Di occasioni, di toni. Invece no. Invece vince l'oltranza. È la posizione di sempre della Chiesa, si obietta, è stata del suo predecessore. (L'innovazione, annotano i filologi, sta nel fatto che questa volta il Papa ha pronunciato proprio la parola: preservativo).

Ma c'è un di più, una troppa grazia, nell'inaugurare così il pellegrinaggio africano. E non limitandosi a dire che i preservativi non bastano ad affrontare il flagello - certo che non bastano - ma che lo aggravano. Dunque additando il peccato e la colpa di chi i preservativi in Africa cerca di distribuirli, e passa così per untore. C'è un'impressione di pazzia che ricorre attorno a queste scelte, e non si capisce come la Chiesa voglia ignorarla, quando non si compiaccia di fomentarla. Di dare scandalo.

Erano passati dieci giorni dallo scandalo per la bambina brasiliana. Quale persona ragionevole e di cuore, cattolica o no, credente o no, può voler costringere una bambina di nove anni e di trenta chili a partorire due gemelli, frutto della lunga violenza esercitata su lei da un patrigno che l'aveva in balia? Otto giorni dopo la notizia che la madre della bambina e i medici che l'avevano soccorsa - questo è il verbo: soccorsa - erano stati scomunicati dall'arcivescovo di Recife, e che il Vaticano ne aveva approvato l'operato, otto giorni dopo, un prelato romano ha ritenuto di correggere quel gesto scandaloso. E come l'ha fatto? Dicendo (cito il titolo, testuale, dell'Avvenire): "Scomunica sì, ma serviva misericordia.

Una scomunica misericordiosa, questo serviva? "Prima di pensare alla scomunica era necessario e urgente salvaguardare la vita innocente della bimba...". Non "prima di pensare alla scomunica", ma "invece di pensare alla scomunica", era urgente. Tuttavia la mezza marcia indietro può essere il modo della Chiesa di fare una marcia indietro intera, e va almeno apprezzata l'insistenza sulla necessità di trattare i singoli casi, perché nella casistica, e in una casistica magari ipocrita ma intelligente, sta l'eventualità che la Chiesa di oggi riapra l'occhio della misericordia.

Resta il fatto che il tentativo di restituire alla Chiesa un'aura di sensibilità ha impiegato otto giorni, e nel frattempo si erano sguinzagliati i cani arrabbiati, e non è poi facile richiamarli a cuccia. La dottoressa Fatima Maia è la direttrice del Centro sanitario in cui la bambina brasiliana ha potuto abortire, è cattolica, e ha avuto anche lei il tempo di riflettere, e poi ha dichiarato: "Grazie a Dio, mi trovo fra quelli che sono stati scomunicati". Lo ripeto, senza nessun compiacimento: un'impressione di non leggera follia.

C'è un'esasperazione attorno a questo Papa e alla sua Chiesa. E non si tratta solo delle persone, di quelli che sanno immaginare di essere il padre o la madre della bambina di Recife, e di quelli così bravi e infelici da saper immaginare di essere quella bambina. E di essere un bambino o una bambina, una donna o un uomo della prediletta Africa. Ieri sono piovute le proteste secche di una serie di cancellerie. Non della pregiudicata Spagna di Zapatero, ma della Germania di Ulla Schmidt e di Angela Merkel e della Francia di Kouchner e Sarkozy, e della stessa Unione Europea. L'Unione Europea, gli impettiti e maturi rappresentanti di un continente fortunato costretti a ribadire che la diffusione del preservativo serve a salvare vite umane, in Africa e dovunque.

Questo non succedeva con "l'altro Papa", benché anche lui, papa Wojtyla, fosse così rigido in ciò che tocca la sessualità. Non c'entra solo la diversa personalità dei due uomini. C'entra il tramonto di quella che si può chiamare l'"eccezione cattolica": una specie di accordo, metà rassegnato metà cortese, sulla bizzarria per la quale la Chiesa cattolica si riserva delle licenze paradossali per tutto ciò che riguarda il sesso, e di lì in poi si può averci a che fare. È questo che tanti uomini di Chiesa (compreso quell'arcivescovo di Recife) chiamano il primato della legge di Dio sulla legge degli uomini.

Legge di Dio è quello che attiene alla sessualità. Attenzione: alla sessualità, e non alla "vita". Non si spiegherebbe se no la tiepidezza con la quale la Chiesa ha maneggiato la questione della pena di morte. Ma la sessualità non è più, ammesso che lo sia stata mai - come pretendeva un'epoca in cui i panni sporchi si lavavano in famiglia, e all'orecchio del confessore - un terreno riservato e appartato.

Il Papa può proclamare, sempre dall'alto di quel cielo, che la soluzione stia nell'"umanizzare la sessualità, cioè innovare il modo di comportarsi verso il proprio corpo": ma questo vuol dire ignorare il problema presente e urgente, e sabotarne i rimedii parziali ma essenziali, com'è l'educazione all'uso del preservativo e la sua distribuzione. Specialisti papisti dichiarano che l'uso del preservativo è dannoso perché induce a una fallace sicurezza, e che dietro la sua promozione stanno le ingorde multinazionali produttrici. Balle: al complottismo dell'affarismo profilattico si risponda piuttosto rivendicando la gratuità, e il rischio residuo dell'uso del preservativo è incomparabile con il disastro dei rapporti non protetti, salvo che si finga di credere che davvero la gente smetta i rapporti sessuali, e lo faccia per giunta in misura e tempo utili a fronteggiare l'epidemia. Con una simile logica, se finalmente esistesse un vaccino anti-hiv, bisognerebbe vietarne la diffusione. Che sensazione di non lieve follia.

Il Papa ha lodato la gratuità delle cure, e ci mancherebbe altro. Ma a condizione che si affronti la riproduzione allargata di malati da curare, gratis o no. Le impazienti reazioni di governi e istituzioni internazionali, che vedono offesa la ragionevolezza e sabotata la fatica di tanti professionisti e volontari, restituiscono il Vaticano alla sua misura terrena e alla sua responsabilità diplomatica, senza eccezione. Una stupidaggine è tale, anche se venga pronunciata da un Papa, e in nome di un Dio. Oltretutto in questa circostanza il Papa ha a che fare solo con se stesso: non con una Curia intrigante, non con una qualche solitudine, non con "un difetto - anche lui! - di comunicazione".

E l'Italia? Il suo ministro degli Esteri ha spiegato che lui non commenta le parole del Papa. L'Italia è extraterritoriale. Per l'Italia, di gran parte del centrodestra e di una mortificante parte del centrosinistra, l'eccezione cattolica resta in pieno vigore. C'è una divisione del lavoro: alla Chiesa competono la nascita e la morte, più alcune cerimonie dell'intermezzo - i matrimoni, essenzialmente - alla maggioranza politica l'intermezzo vero e proprio, la vita, cioè, se non dolce, ottimista.

La pietà dei credenti viene stirata tormentosamente. Muore Piergiorgio Welby e gli viene rifiutato il funerale. Quando si tratta di Eluana, i rifiutatori proclamano che "Welby era un'altra cosa". Lo vedemmo, che altra cosa era. Quando si tratta di Eluana, si grida all'omicidio. Per vendicarsene, una maggioranza pagana e sanfedista cambia il nome delle cose e confisca i corpi dei sudditi. Lasciando libertà di coscienza: graziosa espressione, che vuol dire che la coscienza è revocabile, e che la sua libertà è una cosa da "lasciare". Coscienze in deposito, oggetti smarriti.

Può darsi che la gerarchia cattolica italiana sia contenta così: contenta di galvanizzare le sue schiere militanti, e di mettere a tacere i suoi fedeli dissidenti e amareggiati. Che addirittura questa faziosità le sembri una bella ed evangelica intransigenza. Non è escluso, dato che anche dalla parte opposta, di quella che si prende per sinistra, ci sono campionari simili. Ma che futuro verrà da un tal presente? L'eccezione cattolica accompagna come un'ombra la storia italiana, e in certe ore si allunga fino a inghiottirla. Ogni volta di nuovo i cittadini laici - credenti o no, davvero non è il discrimine - si chiedono se il saldo fra il dare e l'avere della presenza cattolica nella società italiana sia in fondo positivo o negativo.

Se bisogni augurarsi di ridurla allo stremo, quella presenza, per diventare un paese un po' più normale, a costo di perdere tanta carità e solidarietà e premura per la vita indifesa, o se si ritenga ancora che quella presenza faccia argine al peggio, al razzismo, al cinismo, all'esclusione. Finora, la gran parte dei laici ha creduto, o almeno confidato e scommesso, sul secondo corno del dilemma. Anche i mangiapreti. Marco Pannella e i suoi andavano a piazza San Pietro per dare forza alla battaglia contro la fame nel mondo, o contro la violenza delle carceri. Oggi molte persone laiche - non saprei dire quante, ma molte - credenti o no, sono offese e respinte da una durezza della Chiesa che a volte sembra ottusità, a volte cattiveria, e ci vedono una malattia inguaribile della società italiana. A chi può far piacere?
(www.repubblica.it)

scritto da IlSognoCurioso il martedì, 24 febbraio 2009,14:12

Tutto perché Marco Polo potesse spiegare o immaginare di spiegare o essere immaginato spiegare o riuscire finalmente a spiegare a se stesso che quello che lui cercava era sempre qualcosa davanti a sé, e anche se si trattava del passato era un passato che cambiava man mano egli avanzava nel suo viaggio, perché il passato del viaggiatore cambia a seconda dell'itinerario compiuto, non diciamo il passato prossimo cui ogni giorno che passa aggiunge un giorno, ma il passato più remoto. Arrivando a ogni nuova città il viaggiatore ritrova un suo passato che non sapeva più d'avere: l'estraneità di ciò che non sei più o non possiedi più t'aspetta al varco nei luoghi estranei e non posseduti.
Marco entra in una città; vede qualcuno in una piazza vivere una vita o un istante che potevano essere suoi; al posto di quell'uomo ora avrebbe potuto esserci lui se si fosse fermato nel tempo tanto tempo prima, oppure se tanto tempo prima a un crocevia invece di prendere una strada avesse preso quella opposta e dopo un lungo giro fosse venuto a trovarsi al posto di quell'uomo in quella piazza.
Ormai, da quel suo passato vero o ipotetico, lui è escluso; non può fermarsi; deve proseguire fino a un'altra città dove lo aspetta un altro suo passato, o qualcosa che forse era stato un suo possibile futuro e ora è il presente di qualcun altro. I futuri non realizzati sono solo rami del passato: rami secchi.
(da "Le città invisibili", Italo Calvino)

scritto da IlSognoCurioso il lunedì, 23 febbraio 2009,08:22

      -Sono stanco, stanco e vecchio, diventa sempre più faticoso far ridere-
pensava il comico togliendosi la maschera. Sedutosi sopra lo sgabello della tigre cancellava con un colpo di spugna fradicia il suo sorriso dal volto, mentre i suoi piedi muovevano la paglia attorno.
Ha visto troppe persone tristi a cui risollevare il morale in questi anni, a quanti di loro bastava poco per ridere, per darli un breve attimo di spensieratezza lontana dai loro drammi personali. Risate sincere e sadiche nel vederlo cadere, rotolare, finire in pozze d'acqua e con torte in faccia, con quel sorriso ebete immobile stampato sul viso.
Non aveva mai pensato a se stesso: lui era il sorriso degli altri, la sua vita era tutta lì, smuovere la felicità degli altri per avere anche la sua. -Una puttana del sorriso- pensava. Erano passati anni, passata la sua giovinezza senza sorridere veramente per se stesso, passati gli anni in cui costruire qualcosa, e ora le sue energie sfiorivano e suoi numeri diventavano sempre meno buffi e sempre più patetici
      “adesso piangi molto dopo e ti disperi con ritardo”, quelle vecchie parole cantate del nano gli sembravano così sue.
Non riusciva più a far sorridere la gente, nemmeno i bambini, oppure non ne aveva più voglia, nessuno in tutti quegli anni si era interessato a lui, tutti turbati dai propri mali da sanare con il comico, che nessuno chiese al buffone se fosse felice, per tutti era scontato che lo fosse:
      -non vedi che bel sorriso ha sempre in volto, lui è spensierato- pensavano, o era comodo pensare.
Solo, al freddo della luce della sera, si puliva il viso, mentre il nano canticchiando ritirava gli attrezzi di anni di risate, e nessuno si accorse che una lacrima cancellava un sorriso di cerone dal volto di un vecchio pagliaccio.

scritto da IlSognoCurioso il venerdì, 06 febbraio 2009,23:31

Qualcuno è morto al momento giusto. Questa è la frase più orrenda.

Maestro: basta un colpo di penna.

Non ci sono certezze; e non ci sono certezze nemmeno che non ci sono certezze.

la notte delle lucciole

Mi ha sconvolto. Vedere Sciascia oggi, con tutto ciò che si è alternato mi ha spiegato tutto. In maniera brutale come un pugno nello stomaco.
Ho perso qualche lacrima di rabbia e un po' come il Saba di Sereni ho inveito all'Italia.






 

scritto da IlSognoCurioso il martedì, 13 gennaio 2009,22:32

Omnis homines, qui sese student praestare ceteris animalibus, summa ope niti decet, ne vitam silentio transeant veluti pecora, quae natura prona atque ventri oboedientia finxit. Sed nostra omnis vis in animo et corpore sita est: animi imperio, corporis servitio magis utimur; alterum nobis cum dis, alterum cum beluis commune est. Quo mihi rectius videtur ingeni quam virium opibus gloriam quaerere et, quoniam vita ipsa, qua fruimur, brevis est, memoriam nostri quam maxume longam efficere.

Si addice a tutti gli uomini che vogliono essere superiori agli altri animali impegnarsi col massimo sforzo per non trascorrere la vita nel silenzio così come le bestie, che la natura ha plasmato chine e schiave del proprio ventre. Ora, tutta la nostra forza è situata nell'animo e nel corpo; dell'anima usiamo l'attitudine al comando, del corpo piuttosto quella all'obbedienza; una ci rende simili agli dei, l'altra alle bestie. E perciò mi sembra più giusto ricercare la gloria con le risorse spirituali che con le forze fisiche e, poiché la vita della quale godiamo è breve, rendere più lunga possibile la nostra memoria.

Tout homme qui travaille à être supérieur aux autres êtres animés faire un suprême effort afin de ne point passer sa vie sans faire parler de lui, comme il arrive aux bêtes, façonnées par la nature à regarder la terre et à s'asservir à leur ventre. Au contraire, chez nous autres hommes, la puissance d'action réside à la fois dans l'âme et dans le corps: à l'âme nous réservons de préférence l'autorité, au corps l'obéissance: l'une nous est commune avec les dieux, l'autre avec les bêtes. Aussi, me paraît-il plus juste de chercher la gloire en faisant appel à l'âme plus qu'au corps, et, puisque la vie même dont nous jouissons est brève, de faire durer le plus possible le souvenir qu'on gardera de nous.

Es conveniente que todos los hombres, que se afanan en aventajar a los demàs animales, se esfuercen con todo su poder por impedir que pasen su vida en silencio como los rabaños, que la naturalleza formò inclinados hacia el suelo y obedientes al vientre. Por el contrario, toda nuestra fuerza fue situada en el espiritu y en el cuerpo: nos servimos màs del poder del espiritu, de la esclavitud del cuerpo; uno nos es comùn con los dioses, el otro con la bestias. Por esto me parece que es màs recto buscar la gloria con los recursos de la inteligancia que con los de las fuerzas, y, puesto che la vida que gozamos es breve, obtener como resultado un recuerdo de nosotros lo màs largo posible.

Catullo, Sallustio, 1.1

scritto da IlSognoCurioso il giovedì, 08 gennaio 2009,19:17

Succede a volte che si abbia il desiderio forte di voler essere da tutt'altra parte dal posto in cui si è. I motivi che determinano questo desiderio possono essere tra i più svariati: una situazione di imbarazzo, delle persone che si preferirebbe non vedere più o altre che invece si vorrebbe rincontrare, o ancora vecchi ricordi che ci riportano nei luoghi dell'infanzia, di avventure, esperienze, viaggi passati.
Un altro fattore che può portare a un desiderio del genere è il clima. Mi capita spesso in giornate invernali, quelle sere in cui non c'è coperta che tenga a toglierci quel pungente gelo nelle ossa e allora la mente vola lontano sulla spiaggia assolata.
Non si esce più dalla propria stanza, si chiudono gli occhi e si comincia a viaggiare con la mente, proiettati nel posto alternativo prescelto, sperando che nessuno bussi alla porta in quei momenti perché se così fosse si dovrebbe prendere l'aereo e tornare indietro.
Signori, ebbene si, ora vi scrivo da Malecón, nord di San Cristóbal de La Habana . Non potete capire come si sta, a occhi chiusi sdraiato nel mio letto ma con i piedi nel bagnasciuga, sorseggiando un cocktail di rhum bianco, Blue Curacao, Cointreau, succo d'ananas, lime e tanto ghiaccio che è la fine del mondo; e davanti a me non c'è più una stufetta a resistenza da 800 watt ma un rosso sole che tramonta e io stringo la mia morosa soffice come il mio cuscino.

Benvenuti al Buenavista! Signore e signori, solo per stanotte, qui per voi Ernan Lopez Nussa suonerà indiavolato la sua Contradanza, picchiandola sui tasti del pianoforte così come Bruno Mirabal picchia la moglie nelle notti di sesso infuocato
              ...mezcla de rabia, de dolor, de fe, de ausencia...

La gente, poi, già indemoniata dal ritmo forte resterà posseduta, e in preda al fiato di Susana Rinaldi farà l'amore con qualche milonguera, mentre lei aggrappata al microfono darà foga a un
               conjuro extraño de un amor hecho cadencia
                             que abrió caminos sin más ley que la esperanza.
.

Esausto e sudato riprenderò fiato sulla terrazza che dà sul mare e le onde, nel riverberò di un cajón, riporteranno la voce triste di Odilio Gonzalez a ricordarmi di una Deuda lasciata ad un amore lontano. Un amore, in realtà, che ora non c'è.

Chiudendo gli occhi non riuscirò più a distinguere dove finisce il mio viaggio immaginario per lasciare spazio al sogno vero e proprio; quando li riaprirò sarà già mattina nella mia stanza, con lo stereo acceso e un cd di musica latina che ha già finito.

categoria:citazioni, mare, musica, racconti, pensando
commenti: commenti (4)(popup) | commenti (4)