Una storia di paese.

In ogni paese, alle sei del pomeriggio, le piazze si popolano di gente. Soprattutto a giugno, quando il primo caldo estivo con la sua afa opprimente, fa grondare le schiene piegate nei campi, e i volti rossi, neri di fatica appaiono come il volto di un cristo al venerdì santo: le vene delle tempie ingrossate a segnare i lineamenti su cui scivola l'affanno, e la bocca, dischiusa in una smorfia, si disseta di un'aria torrida che lascia senza fiato.
Non bisogna bere, o almeno non subito al primo seccarsi della gola, ma inumidire solo le labbra quando la sete diventa irresistibile nello stillare delle ore. I contadini lo sanno: in quelle condizioni anche l'acqua è una droga che gonfia lo stomaco e rende lo stare piegati di una fatica insostenibile. E più si beve e più si ha sete, sino a quando non finiscono le scorte e si è costretti ad attingere alla fonte salata del proprio sudore.
Tutti i giorni, però, anche quelli in cui malediresti d'esser vivo, verso le sei del pomeriggio il caldo e la luce pesante del sole concedono una tregua: l'aria diventa respirabile e il cielo assume finalmente un tono più tenue, un azzurro quasi pastello. I contadini, rigenerati nelle docce, con ancora i capelli umidi e la camicia pulita e morbida su quella pelle così dura, si distendono nei bicchieri di vermentino freddo nei bar e nelle cantine, mentre i bambini corrono per le strade in schiamazzi e giochi, finalmente liberi dalla paura di “sa mamma 'e su sole”, a quell'ora non più in agguato ad ogni angolo di strada.
In quel momento della sera, in cui la voglia di vita ritorna nei petti vigorosi dei giovani, le vecchie preferiscono continuare ad appesantirli nei fumi dell'incenso, nelle candele e nelle orazioni delle novene del santo. Nove giorni di preghiera, affinché il santo meta una buona parola con il suo superiore per il loro marito scomparso. Nove giorni di rinunce e canti ritmati nel loro lento dondolare delle teste dentro il sopore di una chiesa spoglia, per lasciare tutto ai giovani al decimo giorno, che nei loro abiti migliori riempiranno chiesa e paese di frastuono e festa, per sfogare la fatica del lavoro, per cercare l'amore e per ripetersi con gli sguardi, che si, è ancora lontana la vecchiaia e la morte.
Ogni giorno, l'ultimo suono che si sentiva alla fine della novena era uno sincopato passo di tacchi che dalla cappella della Madonna del Rimedio attraversa tutta la chiesa verso l'uscita. Un ticchettare di zoppo che si immetteva nella piazza.
Con le spalle avvolte nello scialle della vecchiaia e la testa cinta in un fazzoletto di una decennale vedovanza, nera come un corvo, Tzia Disgrazia dondolava dalla chiesa sino alla sua vecchia casa dall'altra parte della piazza, facendosi largo tra le risa, non troppo lontane, dei giovani seduti nei tavolini dei bar e borbottando con quelle labbra tirate in una bocca sdentata.
Non era un semplice mugugno da vecchia sclerotica il suo, ma malediceva quei giovani: -invecchierete anche voi- biascicava -e allora si che vi vorrò vedere ridere- nei confronti di quelli che come la vedevano arrivare si toccavano i coglioni, mentre i più zelanti e bigotti facevano un veloce segno della croce e i bambini più discoli, nascosti dietro i muriccioli, gridavano -Tzia Disgrazia!- epoi scappavano.
Quel soprannome la povera vecchia proprio non lo sopportava. Non era una maledizione la sua, ma una dote. Una dote passata di madre in figlia da generazioni. Per tutta la Sardegna, i femmias de meghia erano tante, c'erano quelle che rimettevano apposto le ossa, quelle che ti facevano la medicina per i porri, quelle de s'sabba, e poi le quelle come lei, le più temute.
Venivano soprannominate nei modi più vari, frastimmadoras, femmias de fattuzu, cugurras, ma per il piccolo paese di San Vero lei era semplicemente “Tzia Disgrazia”. A volte bastava una sua sola parola per condizionare un'annata, per questo nei giorni prima del raccolto, quando la vedevano alzare gli occhi al cielo con un'espressione che diceva -mi sa che il tempo si rovina- , i contadini riparavano in chiesa. Ma per avere effetti più direzionati bisognava rivolgersi a lei, nella sua vecchia casa ammuffita dal tempo. Era in grado di togliere la gelosia che faceva piangere i bambini più belli, oppure di far capitare qualcosa di spiacevole a qualcuno: un oggetto, serviva un suo oggetto, da annerire al fuoco di una candela e alcuni bremus pronunciati sommessamente, e il gioco era fatto.
Tzia Disgrazia era certo un personaggio particolare, ma non l'unico che popolava le strade e la vita del paese di San Vero.
De Paulle su machìne este movidu
In Seneghe a fattu a passadura
A Narabuhja s'este frimmadu
e a coa sinch 'esti andadu
A Santeru su machìne est abarradu.
Un paese di matti, questa era la considerazione che i paesi vicini avevano: “Santeru sa idda 'e su disisperu”, ripetevano con ragione. Pareva che una strana, a volte goliardica isteria, traspirasse dai pori dei suoi abitanti.
San Vero Milis (OR): comune dell'alto campidano dedito all'agricoltura. 16 m. sul livello del mare; 5 borgate marine, territorio complessivo 37 km q; 2550 abitanti, 6 bar nel paese, altri 10 sparsi nella marina. Una media di un bar ogni 159,3 abitanti, compresi gli under 3 e gli over 90.
Abitanti astemi: non pervenuto.
furenti per aver piantosenza motivo, vedendo che in realtà era l'ottuagenario Tziu Frantziscu, semplicemente troppo lento nel ricaricare il fucile per dare un ritmo più allegro e veloce.A carnevale, i diciottenni festeggiavano la loro prima sbronza pubblica e consentita indossando i panni di militari pronti all'attacco e a bordo di trattori si impadronivano delle strade tirando il collo alle galline, fermando il traffico e assaltando le scuole. In quel giorno non ci poteva essere qualcuno che ragionasse. Finiva sempre così.
Infiniti poi gli aneddoti sui singoli: nessuno dimenticava quando Peppi Craba, cacciatore da avanzato tasso alcolico, festeggiò la cattura del primo cinghiale della stagione venatoria, sparando alle campane della chiesa. Per un breve periodo divenne sport nazionale, le campane suonavano alle ore più impensate e con i ritmi più festosi, anche se le vecchiette non capivano più a che ora e che funzioni si celebrassero. Don Tolu stesso, un giorno, sentendo all'ora di cena le campane suonare a morto, con il loro ritmo lento e cadenzato, infilò i paramenti in tutta fretta e ancora unto di minestra, corse in chiesa dove trovò le attitidoras
Il gioco finì solo quando si ruppe una campana e i paesani furono costretti a pagarne di nuova.
L'abitudine più stramba e pericolosa, era certo quella delle “pudazzate”. Non si sa il perché, ma da che mondo è mondo, a San Vero, i regolamenti di conto, le risse non sono mai finite a coltellate come in tutti i paesi, ma a colpi di roncola, di “pudazza”.
Forse perché il paese era di vocazione e si presentava come l'attrezzo più a portata di mano, forse perché San Vero in persona, con la sua corazza intarsiata d'oro da crociato, dall'alto dell'altare sfidava i mori invasori impugnando una falce, comunque sia anche il vecchio Tziu Frantziscu ricordava che era sempre andata così. A volte bastava anche solo un bicchiere di troppo, un'offesa, un'incomprensione affinché qualcuno restasse a terra con una pudazzata sulla testa.
Innumerevoli le volte in cui le varie amministrazioni comunali, in accordo con il pretore, emisero ordinanze che bandivano
l'uso e il possesso di ogni roncola, falce, o pudazza, per alcun utilizzo o occasione.
Chi venisse colto in fragranza di reato, pena cinque giorni di cella e settantacinque mila lire di sanzione amministrativa”.
In meno di due giorni questa, come tutte le leggi che cercano di modellare la realtà alle alle sue intenzioni, mostrava i suoi limiti: Praticamente mezzo paese finiva in cella o si paralizzava il lavoro nei campi. Subito dalle cantine partivano accese manifestazioni di agricoltori, ubriaconi, curiosi, simpatizzanti e aizzatori di ogni protesta paesana.
Il Geometra Puddu, scapolo, oppositore di professione, unico comunista del paese, attendeva veemente occasioni come queste. Uscito di casa vestito da matrimonio, giacca cravatta e fazzoletto rosso nel taschino,dinnanzi al comune prendeva parola leggendo il discorso scritto con tanta cura giorni prima:
-Questo è un attacco portato in essere dalle istituzioni, per privare i lavoratori del loro lavoro e ricondurli a condizioni alienanti di sfruttamento. Ma il popolo non cederà e si riprenderà i suoi arnesi indispensabili, necessari e determinanti per l'economia locale tutta. Ci riprenderemo le nostre falci a colpi di martello!-
Vuoi per ignoranza, vuoi perché i contadini dei martelli non sapevano che farsene, nessuno capì il discorso del geometra. Comunque, puntualmente, le ordinanze come quelle venivano revocate e si tornava alla normale vita di sempre, con i campi pieni di lavoratori, i bar stracolmi di ubriachi e i morti per roncolata.
Come la faida dei Boy-Spiga, in cui le due principali famiglie terriere di San Vero si ammazzavano a colpi di pudazza da ben quattro generazioni.
Tutto era iniziato una sera di settant'anni prima, quando tornando dai campi, Tziu Antoi Spiga, sorprese in camera la consorte, la prorompente Tzia Angelica, che allietava Salvatore Boy.
-Mi fiad fendi bì su serviziu 'e tziccaras- cercò di dire il colpevole mentre tentava di rivestirsi. Ma da buon tradizionalista, Tziu Spiga era fermamente convinto che i servizi buoni da caffè fossero fatti per restare chiusi nelle credenze, e tirato fuori il suo bel falcetto lucido lo piantò dritto nel cranio dell'usurpatore.
La questione non andò giù alla famiglia Boy, neppure alla moglie dell'ucciso, forse per la solitudine della vedovanza, o semplicemente per l'invidia di non avere anche lei un così bel servizio di tazze da caffè, e così, a distanza di decenni, continuavano a darsele a pudazzate di santa ragione.
Ora, finalmente si era capita l'inutilità di continuare a spargere quel sangue dopo settant'anni. Era giunto il momento di smetterla, di metterci una pietra sopra. Si sancì la riappacificazione del paese il giorno della festa del santo. Al termine della messa in cui il prete, in una sonnolenta omelia, aveva ribadito l'intervento in merito del santo, nell'aula consiliare del comune, tra coccarde, autorità, dolci di mandorle e litri di vino, davanti a centinaia di persone e all'emittente televisiva regionale, Michele Boy e Giacomo Spiga si scambiarono le loro pudazze in segno di amicizia e amistà.
Fu la più grande festa d che il paese ricordasse, la prima senza colpi di falce. Solo Tziu Frantziscu era uscito con la roncola sotto la giacca -'orcu mundu- aveva detto -Kenze pudazza no è festa! Porcu mundu!-
I festeggiamenti furono tra i migliori, con l'albero della cuccagna, balli in piazza e litri di vino ai tavolini, ma così tanto che Tziu Frantziscu si pisciò addosso al quinto bicchiere: segno che il vino era buono, i bagni del bar erano pieni e che la sua prostata non era più quella di una volta.
Sul palco, a intervallare la fisarmonica di Pedru, tra una mazurka e un ballu tundu furono organizzate le gare a poesia di due dei migliori cantadores del circondario: Manca e Bratzu. Tra i due correva un odio insanabile nato nello stesso modo di quello dei Boy Spiga, preferendo però darsele a colpi di rime, essendo le loro lingue affilate molto più delle pudazze. La loro estemporaneità, a volte andava avanti sino alle prime luci dell'alba. Anche quel giorno, per la gioia di tutti, fu scelto come argomento di discussione “il perdonare o meno chi ruba”
Subito cominciò Manca, donnaiolo di celebrate dimensioni, così come aveva più volte testimoniato Maria Braztu
Gesusu ha perdonadu,
In sa rughe, su ladrone,
e tui non perdonas
issu pro un’anzone?
Ma senza esitazione, e rosso in volto di rancore verso il rivale e la moglie, Braztu sbottò
Est beru! Gesus in cruxi
su ladrone ha perdonadu
ma non fiat ad issu
chi aianta furadu.
Si a issu puru aiad
furadu un anzone
a stoccadas chi aiad
perdonadu su ladrone.
E via così per tutta la notte, tra sentenze storiche e letterarie, con dissertazioni sul pensiero divino che persino Don Tolu prese appunti per le omelie della settimana santa.
I giorni scivolarono tranquilli, con le solite discussioni in piazza del bar, i soliti bicchieri e gli schiammazzi dei bambini alla sera nell'inseguire il passo zoppo di Tzia Disgrazia, ma tutto più calmo, senza paure alla spalle di esser e colpiti. Ma passò poco che dall’edicola drappeggiarono i giornali locali:
--Fatalità del Destino: Falciata a morte la faida delle pudazze-
Giacomo Spiga, ferito a morte da una roncola in un banale incidente domestico.
San Vero Milis, Oristano: il corpo senza vita di Giacomo Spiga, possidente terriero locale, di anni 47, noto ai più per aver messo fine nei giorni scorsi, assieme a Michele Boy, alla triste faida che da decenni insanguinava il paese, è stato rinvenuto ieri sera presso la sua rimessa di attrezzi agricoli.
Secondo i primi accertamenti, l’uomo stava sistemando gli attrezzi dopo la giornata di lavoro, quando, ricurvo su alcuni sacchi, il tassello del muro, su cui era appesa una falce, ha ceduto andando a colpire la nuca del malcapitato. La fatalità ha voluto che la falce in questione fosse proprio quella regalatagli dal suo ex avversario come simbolo della fine degli storici rancori. A dare l’allarme e a ritrovare il corpo ormai inerte, la moglie allarmata dopo alcune ora di attesa. Sul corpo rinvenuto anche l’oggetto imputato, ancora sporco di sangue e nero di fuliggine, probabilmente sporcizia del posto.
Ma in paese le idee erano assai diverse, soprattutto ora che Michele Boy si recava a porgere le più sentite condoglianze alla vedova Spiga facendosi offrire il caffè con il servizio buono.