scritto da IlSognoCurioso il lunedì, 31 agosto 2009,14:57

Alla barra sulla foce del Rio Pedra, Bruno Mirabal, il pescatore che picchiava la moglie più quanto Ernan Lopez faccesse con i tasti del suo pianoforte, cercava di convincere il vecchio Ferrer che l'amore in fondo è una questione di palamiti: tante esche in ammollo su un unico filo
-devi solo aspettare Ibrahim- diceva
-si tratta solo di aspettare, e vedrai che abboccano...-

Il vecchio cantante, che portava il nome dell'uomo scelto da Dio e come lui aveva sparso il suo seme per tutta Cuba, non era affatto persuaso.

-una chica non è un pesce- sentenziò sputando l'ultimo pezzo di yerba buena che masticava per placcare il raschiare dei Corona Fonseca fumati senza sosta.
Bruno era stato solo fortunato a trovarsi quell'angelo di donna che non meritava. Doveva solo ringraziare che non gli avesse spaccato la testa nel sonno, ma prima o poi, Ferrer ne era certo, sarebbe successo-si tratta solo di aspettare...- pensava ricordando anche le parole di compar Juannito
l'amor por una chica no es un baile!
Parole sante!

Prima o poi Bruno Mirabal avrebbe lasciato la testa sul cuscino, ma per ora restava solo da cantare un inno a quel fiore appassito sotto i colpi di un uomo dalla mano pesante che non sapeva cogliere il bianco di una gardenia.


Dos gardenias para ti
con ellas quiero decir
te quiero, te adoro, mi vida.
Ponles toda tu atencion
porque son tu corazon y el mio.

Dos gardenias para ti
que tendran todo el calor de un beso
de esos que te di
y que jamas encontraras
en el calor de otro querer.

A tu lado viviran y te hablaran
como cuando estas conmigo
y hasta creeras
que te diran te quiero.

Pero si un atardecer
las gardenias de mi amor se mueren
es porque han adivinado
que tu amor se ha marchitado
porque existe otro querer.

Dos gardenias...para tí.

categoria:mare, musica, racconti
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scritto da IlSognoCurioso il mercoledì, 29 luglio 2009,23:43
Altrimari 2009 - Clandestino

Concerti e spettacoli di musiche e danze del Mediterraneo in collaborazione con l’Associazione Culturale DROMOS FESTIVAL, l‘Umanitaria-Cineteca Sarda, il MAN di Nuoro, la Pro Loco di San Vero Milis e la Cooperativa Ampsicora.

“Altri Mari è stata chiamata la rassegna, molti mari diversi: non solo quello delle barche di lusso, dei bagnanti del ferragosto, del turismo di venti giorni di piena estate: il mare dei pescatori, di gente di passaggio, di mercanti di bottarga, di musicisti giramondo, di viaggiatori che fanno cento chilometri per vedere e ascoltare un progetto originale…”


In particolare

6 Agosto:
Pineta di Mandriola
Ore22.00
-Sanveresi “clandestini”(III): Dario Dessì, “Storie di paese”
Reading di racconti, accompagnato dalle musiche dei Luthiers trio, ovvero Oscar Quiroz Arias, Matias Quiroz Arias e Thomas Casti


“Storie di mari, stati di mare, popoli- genti- pensieri di un globo che rispecchiava il sole. Rifletteva la luce di giorno, conservandone un po’ per quando giungeva la notte: per consolare i suoi popoli, per non farli perdere e non spaventare i piccoli che nella sua fievole luce e nella sua calda ninna nanna di onde,
nuove,
altre,
accorse,
oltre,
si cullavano e sognavano il verde, l’azzurro e il bianco del loro mondo.”

“Il clandestino è un Ulisse che approda nelle spiagge di su Crastu Biancu a chiedere ospitalità come una madonna martoriata”


...Se non avete di meglio da fare passate: un birra a fine serata non la nego a nessuno..
.

scritto da IlSognoCurioso il martedì, 28 aprile 2009,17:44

L'innamorato.


Un campo di studi, da anni, secoli, si inoltra in un mondo in continua evoluzione e particolarmente mutevole: quello dell'amore e del rapporto tra innamorati, ricambiati o no, ma sempre perennemente indaffarati dietro una comune meta dagli innumerevoli volti.
Ci sono vari tipi di innamorati riconducibili, secondo gli studiosi, a 3- 4 categorie.

Il primo tipo è il “timidone”, quello che vede la propria innamorata come qualcosa di irraggiungibile, un dolce stilnovo, un limite matematico che tende a più infinito, ma essendo il suo limite proprio la timidezza non si fa mai avanti.
Si riconosce questo tipo di spasimante da come guarda la sua prediletta da lontano: riservato si apposta dietro i pali, la osserva buttare la spazzatura da una finestra al decimo piano in modo che nessuno lo veda. Il classico innamorato timidone adolescenzial-studente universitario segue le stesse lezioni dell'amata, anche se lei è iscritta in psicologia e lui in ingegneria. È una questione di organizzazione dello spazio. Prendete una ragazza ad una lezione, tracciate una perpendicolare che parte da lei verso il fondo della sala, dieci posti esatti dietro trovate sempre il suo timidone di riferimento, non si può sbagliare. Si sono scoperti casi di timidoni che dopo anni di appostamenti si sono accorti che seguivano la persona sbagliata, ingannati da una nuca e da un taglio di capelli simile.
Troppo insicuro, ovviamente non rivela mai il proprio amore, al massimo prova a chiedere l'orario ma appena lei alza lo sguardo nel rispondere, i suoi occhi ridenti lo mandano in trans morto dalla vergogna e resta imbambolato, compiendo inesorabile la figura dello scemo. Di conseguenza è destinato a rimanere infelice, povero cane bastonato, con occhi spenti ma con un velo di un fuoco che non riesce a sfogare.

Il secondo tipo è il “romanticone”. Questa figura non si palesa nei modi più consoni del suo tempo, ma è estremamente influenzato dai romanzi armony della madre (in genere parrucchiera appassionata di fiction) e dai racconti di come il nonno fece colpo sulla nonna.
Organizza tutto secondo piani perfetti nella sua mente ma che nella realtà mostrano molteplici punti di disfunzione. Questo innamorato tende ad abbigliarsi come un vecchio che si sposa per la terza volta: cravatta a rombi, chili di acqua di colonia del nonno e brillantina. Manda avanti a se la fioraia con mazzi e bigliettini, costati una barca di soldi, invita lei al ristorante più costoso della città, lasciandoci un patrimonio e la porta a teatro a vedere la prima del balletto,spendendo una marea di quattrini.
In genere lei per tutta la sera costringe lui a passare per viotoli fuori mano e vie poco trafficate, in modo che nessuno li veda perché il suo rossore non è d'amore ma di vergogna, e poi a fine serata, dopo aver spennato sino all'ultimo centesimo il romanticone lei dirà
-mi dispiace, ma in questo periodo non me la sento di affrontare una relazione.-
Il giorno dopo, verrà vista baciarsi con il cameriere del ristorante, una settimana dopo resterà in cinta e si sposerà dopo due mesi.
Nel mentre il romanticone penserà ancora
Domani è un altro giorno” e, privo di una rupe sul mare da cui buttarsi, ripiegherà per un altro romanzo armony, sino a quando non resterà nuovamente folgorato da una nuova ragazza che finirà di spennarlo dei suoi risparmi.
Il romanticone vive in un situazione ciclica che porta all'incentivo percentuale del pil, sopratutto per quanto riguarda la ristorazione, l'intrattenimento e la fioricultura.

Il terzo è il “pieno di se”.
Influenzato dai personaggi miti della madre (in genere parrucchiera appassionata di reality), questo particolare esemplare sfoggia una abbronzatura da lampada e ostenta ricchezza, camminando con tutti i suoi averi appesi al collo, ottime riproduzioni a basso prezzo di indumenti di marca pervenute presso i migliori ambulanti della città.
Nessuna gli ha mai detto di no, non sono le donne a sceglierlo, ma è lui che le seleziona. Almeno questo è ciò che crede, ma nella realtà sta al bar a raccontare ipotetiche sue avventure sognate ad occhi aperti, sino a quando non si accoppierà con la figlia di qualche cliente della madre parrucchiera, anch'essa appassionata di reality.

A queste tre tipologie bisogna poi aggiungere “l'irriducibile”.
Di difficile classificazione, frutto di un eclettico incrocio tra il romanticone e tratti del pieno di se, l'irriducibile è di certo l'innamorato più interessante. Le donne che si ritrovano uno spasimante di questa categoria sono più propense all'isteria e alla depressione schizzofrenica. Sempre presente, quasi insolente, non cede mai e non accetta alcun rifiuto, o meglio, rifiuta di comprenderlo.
Un esempio:
L'irriducibile dimostra tutto il suo amore quando la donna di cui si è invaghito ha l'influenza, o almeno si finge malata per non accettare l'ennesimo invito di lui.
Bussa alla porta con un sacchetto pieno di vivin-c, aspirine, biochetasi, tachipirine e fluibron.
Lei apre addobbata nel modo meno attraente del mondo, ma che, non si sa il perché, a lui fa svenare: faccia pallida da febbre, occhi stravolti fuori dalle orbite, pantofole da leoncino in peluche, pigiama con una bruciatura da sigaretta sulla coscia destra e macchie di varechina sulla gamba sinistra, il tutto completato da una folgorante chiazza di caffè sul cuore. Per non parlare del gatto pulcioso, ovviamente anche lui influenzato, portato sotto l'ascella, forse scambiato per la borsa dell'acqua calda.
-ah sei tu- dirà lei scocciata,
-son venuto a farti compagnia- risponderà lui,
-che culo- penserà esausta lei, -guarda vorrei dormire...-
-bene allora ti guarderò mentre dormi- e lì lei vorrebbe spararsi in gola. Di conseguenza lo costringe almeno a pulirgli casa, lavare i piatti, passare l'aspirapolvere,
ma non piegare i panni.
I panni no,
mai!
Perché si sa che l'irriducibile, ha un vizio. Ama sentire l'odore dell'ammorbidente negli abiti puliti della sua amata, credendo che sia il suo odore. Quale ragazza la mondo però profumerebbe di limone, lavanda o gelsomino? O nei peggiori dei casi di naftalina?
I pochi casi in cui si è sperimentata la piega dei panni, i soggetti analizzati sono sempre stati trovati con una mutandina sul muso, poi nascosta e trafugata: limite superiore della pazienza di una donna finalmente spinta a mandare, espressamente, a fare in culo lo spasimante.
Si narra che gli Irriducibili posseggano tra i 100 e 700 paia di indumenti intimi femminili nelle loro dimore, mentre le rispettive proprietarie credono siano cadute dallo stendino del balcone al piano di sotto. Caso reale se il trafugatore è proprio l'inquilino dell'appartamento sottostante.

Un danno, una persecuzione, per una donna un innamorato, una malattia un ossessione, un sogno una disperazione per un'innamorato la sua visione che fa perder la testa e spinge al reato, come rubare un capo profumato.

 

Alle mie Clio, muse di questa ed altre storie...

categoria:racconti
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scritto da IlSognoCurioso il domenica, 26 aprile 2009,23:31

Continua come un ronzio nella testa...
(le precedenti puntate)

5_ Sbagliato

Dove ho sbagliato?
Che punto ho mancato?
La vecchina , Ginetto, mia moglie , hanno tutti pagato, un errore, o soltanto incomprensione.
Forse la musica non è perfetta, forse è un giradischi vecchio che salta e si guasta, e mancano le note per far tornare il passo.
Come si risolve un ballo non ballabile? Se mancano parti che nessuno suonerà ma che tutti credono di sentire per abitudine, perché nessuno ascolta attentamente:
è una musica già suonata nella mente per prestarci attenzione.
“Un errore” e il ballo finisce lì, a terra, seduti su una seggiola.
Tutti sbaglieranno giustamente e nessuno valuterà come si deve, il giudice sbagliato, il ballo sbagliato, da ballare sballato, e il ballerino che balla correttamente risulterà così inadeguato.
-Ha finito lei con noi, questo è l'ultimo errore-
-Cinquant'anni di lavoro finiscono nella routine non più per noi-
-Suo figlio, signora, suo figlio...-

Nullità di un'onestà, in una buca di una bocca troppo grande per sopportarne l'urlo, e lo stridere di uno strumento stonato che cerca di andare in compagnia.

Forse non sono i ballerini, ma i vecchi giradischi che non sanno più suonare.

categoria:racconti
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scritto da IlSognoCurioso il venerdì, 17 aprile 2009,23:26

Continua a ballarmi attorno: un, due, tre

4. Interessante


-La sensazione è quella di un cerchio alla testa, stretto, forte, come quando ci si sveglia le mattine dopo una notte in cui si è bevuto molto, ha presente?-
-Interessante-
mi disse solo -interessante- senza aggiungere nient'altro, come se stesse guardando uno strano animale dal piumaggio curioso, o un film con una trama avvincente alla televisione.
Due volte alla settimana, il dottore mi vuole incontrare con tutti gli altri, e vuole che io gli parli di me e di loro, di mia moglie, di come mi trovo, di dove mi trovo, e di lui. Si perché anche lui è parte integrante del discorso della mia mente.
-Interessante-
-Sono abbastanza confuso sa? Lucido, ma confuso. Si, vede, io... come dire... mi sto rendendo conto di ciò che ho fatto e il pensiero mi stinge la testa: fa male, e vorrei staccarmela pur di non pensare-
-Interessante-
-Poi quelle voci, queste voci, la sua voce, le vostre voci mi riempiono la testa e tutti dite tanto e niente, parole pronunciate solo per sentire il suono delle proprie, per non ascoltare: nessuno che voglia sentire un altro, e allora le voci, che sembrano volessero svelarti in continuazione un segreto, in realtà sono pura didascalia, continua, incessante e rumore-
-Interessante- questa volta non solo pronunciato ma anche scritto nella sua cartellina, mentre Ginetto, dava una dimostrazione di quanto detto, e lì mi bloccai perché mi entrò in testa uno scorrere del tempo e il fatto che -soo no qui, a contare i giorni a contare i lunedì-

-Sa dottore quanti giorni sono qua?- cominciò Ginetto dondolandosi sulla sedia, come a scandire il tempo delle sue parole
-io- non- ce- la- fac- cio- più, almeno una mano, per contarmi le dita, non le vedo piegate dietro la schiena-
Ragioniere del tempo, preciso, fiscale, un vero calendario, ottimo lavoratore, affidabile, mai assente, sgrana in continuazione la sua routine per non dimenticarsela, per ripeterla sino alla fine
– 6.30 sveglia,
            6:35 caffé,
                   6:37 bagno,
                           6:50 uscire,
                                    7:00 inizio lavoro cartelle,
                                                 8:00 controllo macchine,
                    8:05 “Buongiorno direttore, le macchine son apposto”-
ma alle 8:07 di un giorno identico ad un altro, il direttore gli disse
-mi dispiace Ginetto, ma per rinnovo aziendale dobbiamo mandarti a casa-
e cinquanta anni di orologio si guastarono e ora è qui che aspetta che i giorni passino di lunedì in lunedì, sino alla pensione, perché nella sua testa il lavoro continua, non è andato via alle
8:08 incendio ufficio
,
             ore 8:20 secondo controllo macchine,
                          ore 12:30 pausa pranzo.
-Dottore, la prego mi liberi una mano, una sola, giusto per contare e rimettere apposto cartelle, il capoufficio tiene molto al fatto che siano in ordine,
da destra a sinistra in ordine numerico, così l'ultima è la più vicina nello scaffale, ricordi, ogni scaffale contiene quelle di un unico anno”.
Ma il dottore non guarda la faccia scarna di Ginetto, non vede le borse sotto gli occhi di un lavoratore che instancabile, per dedizione non dorme la notte, vede solo nomi, patologie, i sentimenti e le menti non esistono. Lui non cura le cause, per lui è importante osservare le conseguenze, calmarle a gocce affinché non sfoghino in un sol colpo, perché lui vuole studiarle piano piano se le trova “interessanti”, e piano piano portarle avanti, in un sistema malato e perverso che gode nel auto definirsi sano, medico-malato-paziente di se stesso che da medicine miracolose per tutti.
Lui sta al centro di questo cerchio di matti, cabala immobile di visi smunti e rasati male da mani fredde, scrive nella sua cartellina i nomi di chi parla nelle nostre orecchie e nelle sue, e noi menti libere con mani legate e lui mani libere ma legate nella mente di una veste di un medico interessante.
Come ogni volta, prova a far parlare quella donnina rachitica che sdentata mugugna in lacrime sul suo posto, e come ogni volta lei non risponde, continua il suo lamento, unico momento che il dottore non ritiene interessante
-5 cc tre volte al dì!-
-ma lei ha risposto!- dico io e il dottore scocciato mi zittisce con uno sguardo che dimostra che non è il suo interesse ascoltarmi. Lui non sa ascoltarlo, ma quel gemito è la risposta, la mente di lei così dura non può essere scolpita e e il suo mugugno la tiene viva: 5 cc tre volte al dì assopiranno ma non cambieranno il suo sentire, inutile il tentativo di coprirlo con il rumore fine di una strisciata di penna.
Penso -piangi cara mia, che finché piangi resti viva, non mollare, continua a mugugnare-
Come se avesse letto il mio pensiero, le lacrime diventano disperazione, e il lamento grida strozzate, come quello delle madri che hanno perso i figli in qualche tragedia, sotto macerie, e non li rivedranno, non avranno neanche un corpo da usare come fazzoletto, non un letto o un capezzale da guardare e un muso pallido senza vita da accarezzare: sanno che è lì sotto e non ci si può arrivare, e allora ogni risposta diventa inutile e incomprensibile. E il suo gemito diventa un canto di prefica, un dolore soffocato nella gola, un sentimento che non si può pronunciare, un dolore che fa impazzire.

-5 cc tre volte al dì! ma torniamo a lei- mi dice alzando per un attimo gli occhi da quelli occhiali, come se si aspettasse che almeno io dicessi qualcosa di ...interessante.
-torniamo a lei, mi parli di sua moglie-
Ma io rimango un po' imbambolato, non trovo parole, ne un'immagine dettagliata : tutto mi pare annebbiato e confuso, per un attimo in testa non ho che la povera vecchina e il suo stridere di denti mi pare così simile ai modi di lei.
-Mugugnava l'ultimo periodo, ricordo questo, a ogni mia domanda lei non rispondeva che uno strafottente e scorbutico “no!” quasi impercettibile, di rimando.
Insopportabile, come tutte le negazioni della mia vita, un rancore di fondo latente, lagnava un “no” di dolore intollerante e io rispondevo con un silenzio indifferente che accumulai nel fegato sino a quando non ne potei più-
-Interessante! e quando avvenne?-
-quando disprezzò l'unico vezzo che avevo tenuto, aggiustare il giradischi, un fallimento secondo lei!-
-la sua passione per il ballo?-
Che domanda idiota pensai, ma dovevo fare attenzione, la risposta a questa domanda avrebbe deciso la decisione di lui: o un “interessante” o un “5 cc tre volte al dì” che non voglio.
Pensai un attimo in silenzio. Cercai una risposta serena, ragionevole.
Respirai profondamente. Chiesi consiglio alle voci
          Sono qui che un due tre sei un fallito e non un re, lacrime di un amore scavate di un rancore, sofferenza fatica, non un bastone ma una dama amica.

-Si la mazurca, che bella- dissi un po' incerto con parole di circostanza, cercando di decifrare cosa intendesse la smorfia sul viso di lui.
-che bella la mazurca, l'unico bene, unica cura, il ballo ti trascina, spegne i brutti pensieri e tira, e gira nelle gambe e un fremito ti percuote e allora tutto scompare, resta solo la musica, un ritmo sempre esatto mai con niente di sbagliato, e sul pavimento si resta da soli a vedere la vita, la dama, l'amore e si cerca di seguire passo dopo passo il ritmo perfetto del giradischi. Vorrei tanto ballare con qualcuno che non sbaglia i passi sa?-
Il dottore restò in silenzio, per un po', poi scrisse qualcosa di certo interessante nel taccuino e chiese:
-perché? Cosa succede se qualcuno sbaglia?-
-Non si può sbagliare!- dissi irritato,- come si può sbagliare?! è tutto perfetto, perché mai uno dovrebbe faarlo?! perché rovinare il ballo, che figura si fa con gli altri che danzano e girano attorno?! si va a sbattere, ci si pesta i piedi e ciò non deve accadere, chi sbaglia non si può permettere di ballare, bisogna mettersi seduti da una parte e lasciare la pista a chi veramente sa muovere i piedi in modo impeccabile:
non si scivola, ne si inciampa e tanto meno ci si lamenta!” -

Forse la troppa foga, forse voleva altro, comunque pronunciò
-5 cc tre volte al dì!-
Avevo ragione, non si può sbagliare ne inciampare, soprattutto con un giradischi che suona un disco, una musica perfetta e presuonata in mezzo ad una sala, in cui attorno si muovono impacciati ballerini troppo preoccupati nell'ascoltare per lasciarsi trasportare.

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scritto da IlSognoCurioso il domenica, 22 marzo 2009,15:09
Una storia di paese.

santeru
In ogni paese, alle sei del pomeriggio, le piazze si popolano di gente. Soprattutto a giugno, quando il primo caldo estivo con la sua afa opprimente, fa grondare le schiene piegate nei campi, e i volti rossi, neri di fatica appaiono come il volto di un cristo al venerdì santo: le vene delle tempie ingrossate a segnare i lineamenti su cui scivola l'affanno, e la bocca, dischiusa in una smorfia, si disseta di un'aria torrida che lascia senza fiato.

Non bisogna bere, o almeno non subito al primo seccarsi della gola, ma inumidire solo le labbra quando la sete diventa irresistibile nello stillare delle ore. I contadini lo sanno: in quelle condizioni anche l'acqua è una droga che gonfia lo stomaco e rende lo stare piegati di una fatica insostenibile. E più si beve e più si ha sete, sino a quando non finiscono le scorte e si è costretti ad attingere alla fonte salata del proprio sudore.
Tutti i giorni, però, anche quelli in cui malediresti d'esser vivo, verso le sei del pomeriggio il caldo e la luce pesante del sole concedono una tregua: l'aria diventa respirabile e il cielo assume finalmente un tono più tenue, un azzurro quasi pastello. I contadini, rigenerati nelle docce, con ancora i capelli umidi e la camicia pulita e morbida su quella pelle così dura, si distendono nei bicchieri di vermentino freddo nei bar e nelle cantine, mentre i bambini corrono per le strade in schiamazzi e giochi, finalmente liberi dalla paura di “sa mamma 'e su sole”, a quell'ora non più in agguato ad ogni angolo di strada.

In quel momento della sera, in cui la voglia di vita ritorna nei petti vigorosi dei giovani, le vecchie preferiscono continuare ad appesantirli nei fumi dell'incenso, nelle candele e nelle orazioni delle novene del santo. Nove giorni di preghiera, affinché il santo meta una buona parola con il suo superiore per il loro marito scomparso. Nove giorni di rinunce e canti ritmati nel loro lento dondolare delle teste dentro il sopore di una chiesa spoglia, per lasciare tutto ai giovani al decimo giorno, che nei loro abiti migliori riempiranno chiesa e paese di frastuono e festa, per sfogare la fatica del lavoro, per cercare l'amore e per ripetersi con gli sguardi, che si, è ancora lontana la vecchiaia e la morte.

Ogni giorno, l'ultimo suono che si sentiva alla fine della novena era uno sincopato passo di tacchi che dalla cappella della Madonna del Rimedio attraversa tutta la chiesa verso l'uscita. Un ticchettare di zoppo che si immetteva nella piazza.
Con le spalle avvolte nello scialle della vecchiaia e la testa cinta in un fazzoletto di una decennale vedovanza, nera come un corvo, Tzia Disgrazia dondolava dalla chiesa sino alla sua vecchia casa dall'altra parte della piazza, facendosi largo tra le risa, non troppo lontane, dei giovani seduti nei tavolini dei bar e borbottando con quelle labbra tirate in una bocca sdentata.
Non era un semplice mugugno da vecchia sclerotica il suo, ma malediceva quei giovani: -invecchierete anche voi- biascicava -e allora si che vi vorrò vedere ridere- nei confronti di quelli che come la vedevano arrivare si toccavano i coglioni, mentre i più zelanti e bigotti facevano un veloce segno della croce e i bambini più discoli, nascosti dietro i muriccioli, gridavano -Tzia Disgrazia!- epoi scappavano.
Quel soprannome la povera vecchia proprio non lo sopportava. Non era una maledizione la sua, ma una dote. Una dote passata di madre in figlia da generazioni. Per tutta la Sardegna, i femmias de meghia
erano tante, c'erano quelle che rimettevano apposto le ossa, quelle che ti facevano la medicina per i porri, quelle de s'sabba, e poi le quelle come lei, le più temute.
Venivano soprannominate nei modi più vari, frastimmadoras, femmias de fattuzu, cugurras, ma per il piccolo paese di San Vero lei era semplicemente “Tzia Disgrazia”. A volte bastava una sua sola parola per condizionare un'annata, per questo nei giorni prima del raccolto, quando la vedevano alzare gli occhi al cielo con un'espressione che diceva -mi sa che il tempo si rovina- , i contadini riparavano in chiesa. Ma per avere effetti più direzionati bisognava rivolgersi a lei, nella sua vecchia casa ammuffita dal tempo. Era in grado di togliere la gelosia che faceva piangere i bambini più belli, oppure di far capitare qualcosa di spiacevole a qualcuno: un oggetto, serviva un suo oggetto, da annerire al fuoco di una candela e alcuni bremus pronunciati sommessamente, e il gioco era fatto.

Tzia Disgrazia era certo un personaggio particolare, ma non l'unico che popolava le strade e la vita del paese di San Vero.

De Paulle su machìne este movidu
In Seneghe a fattu a passadura
A Narabuhja s'este frimmadu
e a coa sinch 'esti andadu
A Santeru su machìne est abarradu.

Un paese di matti, questa era la considerazione che i paesi vicini avevano: “Santeru sa idda 'e su disisperu”, ripetevano con ragione. Pareva che una strana, a volte goliardica isteria, traspirasse dai pori dei suoi abitanti.

San Vero Milis (OR): comune dell'alto campidano dedito all'agricoltura. 16 m. sul livello del mare; 5 borgate marine, territorio complessivo 37 km q; 2550 abitanti, 6 bar nel paese, altri 10 sparsi nella marina. Una media di un bar ogni 159,3 abitanti, compresi gli under 3 e gli over 90.
Abitanti astemi: non pervenuto.

furenti per aver piantosenza motivo, vedendo che in realtà era l'ottuagenario Tziu Frantziscu, semplicemente troppo lento nel ricaricare il fucile per dare un ritmo più allegro e veloce.A carnevale, i diciottenni festeggiavano la loro prima sbronza pubblica e consentita indossando i panni di militari pronti all'attacco e a bordo di trattori si impadronivano delle strade tirando il collo alle galline, fermando il traffico e assaltando le scuole. In quel giorno non ci poteva essere qualcuno che ragionasse. Finiva sempre così.
Infiniti poi gli aneddoti sui singoli: nessuno dimenticava quando Peppi Craba, cacciatore da avanzato tasso alcolico, festeggiò la cattura del primo cinghiale della stagione venatoria, sparando alle campane della chiesa. Per un breve periodo divenne sport nazionale, le campane suonavano alle ore più impensate e con i ritmi più festosi, anche se le vecchiette non capivano più a che ora e che funzioni si celebrassero. Don Tolu stesso, un giorno, sentendo all'ora di cena le campane suonare a morto, con il loro ritmo lento e cadenzato, infilò i paramenti in tutta fretta e ancora unto di minestra, corse in chiesa dove trovò le attitidoras
Il gioco finì solo quando si ruppe una campana e i paesani furono costretti a pagarne di nuova.

L'abitudine più stramba e pericolosa, era certo quella delle “pudazzate”. Non si sa il perché, ma da che mondo è mondo, a San Vero, i regolamenti di conto, le risse non sono mai finite a coltellate come in tutti i paesi, ma a colpi di roncola, di “pudazza”.
Forse perché il paese era di vocazione e si presentava come l'attrezzo più a portata di mano, forse perché San Vero in persona, con la sua corazza intarsiata d'oro da crociato, dall'alto dell'altare sfidava i mori invasori impugnando una falce, comunque sia anche il vecchio Tziu Frantziscu ricordava che era sempre andata così. A volte bastava anche solo un bicchiere di troppo, un'offesa, un'incomprensione affinché qualcuno restasse a terra con una pudazzata sulla testa.

Innumerevoli le volte in cui le varie amministrazioni comunali, in accordo con il pretore, emisero ordinanze che bandivano
l'uso e il possesso di ogni roncola, falce, o pudazza, per alcun utilizzo o occasione.
Chi venisse colto in fragranza di reato, pena cinque giorni di cella e settantacinque mila lire di sanzione amministrativa”.

In meno di due giorni questa, come tutte le leggi che cercano di modellare la realtà alle alle sue intenzioni, mostrava i suoi limiti: Praticamente mezzo paese finiva in cella o si paralizzava il lavoro nei campi. Subito dalle cantine partivano accese manifestazioni di agricoltori, ubriaconi, curiosi, simpatizzanti e aizzatori di ogni protesta paesana.
Il Geometra Puddu, scapolo, oppositore di professione, unico comunista del paese, attendeva veemente occasioni come queste. Uscito di casa vestito da matrimonio, giacca cravatta e fazzoletto rosso nel taschino,dinnanzi al comune prendeva parola leggendo il discorso scritto con tanta cura giorni prima:

-Questo è un attacco portato in essere dalle istituzioni, per privare i lavoratori del loro lavoro e ricondurli a condizioni alienanti di sfruttamento. Ma il popolo non cederà e si riprenderà i suoi arnesi indispensabili, necessari e determinanti per l'economia locale tutta. Ci riprenderemo le nostre falci a colpi di martello!-

Vuoi per ignoranza, vuoi perché i contadini dei martelli non sapevano che farsene, nessuno capì il discorso del geometra. Comunque, puntualmente, le ordinanze come quelle venivano revocate e si tornava alla normale vita di sempre, con i campi pieni di lavoratori, i bar stracolmi di ubriachi e i morti per roncolata.

Come la faida dei Boy-Spiga, in cui le due principali famiglie terriere di San Vero si ammazzavano a colpi di pudazza da ben quattro generazioni.
Tutto era iniziato una sera di settant'anni prima, quando tornando dai campi, Tziu Antoi Spiga, sorprese in camera la consorte, la prorompente Tzia Angelica, che allietava Salvatore Boy.
-Mi fiad fendi bì su serviziu 'e tziccaras- cercò di dire il colpevole mentre tentava di rivestirsi. Ma da buon tradizionalista, Tziu Spiga era fermamente convinto che i servizi buoni da caffè fossero fatti per restare chiusi nelle credenze, e tirato fuori il suo bel falcetto lucido lo piantò dritto nel cranio dell'usurpatore.
La questione non andò giù alla famiglia Boy, neppure alla moglie dell'ucciso, forse per la solitudine della vedovanza, o semplicemente per l'invidia di non avere anche lei un così bel servizio di tazze da caffè, e così, a distanza di decenni, continuavano a darsele a pudazzate di santa ragione.

Ora, finalmente si era capita l'inutilità di continuare a spargere quel sangue dopo settant'anni. Era giunto il momento di smetterla, di metterci una pietra sopra. Si sancì la riappacificazione del paese il giorno della festa del santo. Al termine della messa in cui il prete, in una sonnolenta omelia, aveva ribadito l'intervento in merito del santo, nell'aula consiliare del comune, tra coccarde, autorità, dolci di mandorle e litri di vino, davanti a centinaia di persone e all'emittente televisiva regionale, Michele Boy e Giacomo Spiga si scambiarono le loro pudazze in segno di amicizia e amistà.

Fu la più grande festa d che il paese ricordasse, la prima senza colpi di falce. Solo Tziu Frantziscu era uscito con la roncola sotto la giacca -'orcu mundu- aveva detto -Kenze pudazza no è festa! Porcu mundu!-
I festeggiamenti furono tra i migliori, con l'albero della cuccagna, balli in piazza e litri di vino ai tavolini, ma così tanto che Tziu Frantziscu si pisciò addosso al quinto bicchiere: segno che il vino era buono, i bagni del bar erano pieni e che la sua prostata non era più quella di una volta.
Sul palco, a intervallare la fisarmonica di Pedru, tra una mazurka e un ballu tundu furono organizzate le gare a poesia di due dei migliori cantadores del circondario: Manca e Bratzu. Tra i due correva un odio insanabile nato nello stesso modo di quello dei Boy Spiga, preferendo però darsele a colpi di rime, essendo le loro lingue affilate molto più delle pudazze. La loro estemporaneità, a volte andava avanti sino alle prime luci dell'alba. Anche quel giorno, per la gioia di tutti, fu scelto come argomento di discussione “il perdonare o meno chi ruba

Subito cominciò Manca, donnaiolo di celebrate dimensioni, così come aveva più volte testimoniato Maria Braztu

Gesusu ha perdonadu,
In sa rughe, su ladrone,
e tui non perdonas
issu pro un’anzone?

Ma senza esitazione, e rosso in volto di rancore verso il rivale e la moglie, Braztu sbottò

Est beru! Gesus in cruxi
su ladrone ha perdonadu
ma non fiat ad issu
chi aianta furadu.

Si a issu puru aiad
furadu un anzone
a stoccadas chi aiad
perdonadu su ladrone.

E via così per tutta la notte, tra sentenze storiche e letterarie, con dissertazioni sul pensiero divino che persino Don Tolu prese appunti per le omelie della settimana santa.

I giorni scivolarono tranquilli, con le solite discussioni in piazza del bar, i soliti bicchieri e gli schiammazzi dei bambini alla sera nell'inseguire il passo zoppo di Tzia Disgrazia, ma tutto più calmo, senza paure alla spalle di esser e colpiti. Ma passò poco che dall’edicola drappeggiarono i giornali locali:


--Fatalità del Destino: Falciata a morte la faida delle pudazze-
Giacomo Spiga, ferito a morte da una roncola in un banale incidente domestico
.

San Vero Milis, Oristano: il corpo senza vita di Giacomo Spiga, possidente terriero locale, di anni 47, noto ai più per aver messo fine nei giorni scorsi, assieme a Michele Boy, alla triste faida che da decenni insanguinava il paese, è stato rinvenuto ieri sera presso la sua rimessa di attrezzi agricoli.
Secondo i primi accertamenti, l’uomo stava sistemando gli attrezzi dopo la giornata di lavoro, quando, ricurvo su alcuni sacchi, il tassello del muro, su cui era appesa una falce, ha ceduto andando a colpire la nuca del malcapitato. La fatalità ha voluto che la falce in questione fosse proprio quella regalatagli dal suo ex avversario come simbolo della fine degli storici rancori. A dare l’allarme e a ritrovare il corpo ormai inerte, la moglie allarmata dopo alcune ora di attesa. Sul corpo rinvenuto anche l’oggetto imputato, ancora sporco di sangue e nero di fuliggine, probabilmente sporcizia del posto.


Ma in paese le idee erano assai diverse, soprattutto ora che Michele Boy si recava a porgere le più sentite condoglianze alla vedova Spiga facendosi offrire il caffè con il servizio buono.

categoria:racconti, tornando ad itaca
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scritto da IlSognoCurioso il venerdì, 13 marzo 2009,08:21
Continua ad urlare dalla sua stanza: uno, due e

        3.  Sono confuso.

Sono confuso.
Sempre più triste e confuso.
Apro gli occhi ma è tutto buio,
li richiudo. Così almeno potrò vedere nella mia mente.
Ad occhi aperti non vedrei niente neanche volendo.
Nella mia testa almeno ci sono io, assieme al dottore, a mia moglie, a Ginetto e a tutti i problemi.
Nella mia testa almeno non sono solo. Loro mi fanno compagnia e io resto ad ascoltarli ora che ho capito come apprezzarli;
ma non so chi è più reale tra loro e l'infermiere che vedrei solo se aprisse quella porta, e la porta la apre solo ad intervalli. Lui non esiste sempre. Gli altri si.
Non so più chi ascoltare, ogni voce nuova che mi da consiglio diventa un brusio in più nel marasma, un baccano assordante
E aumenta la confusione.
Vorrei capire, piango, vorrei capire senza calmanti,
calma, rifletto:
           - Che sia questo baccano un ritmo che devo imparare a seguire?!-

-...o almeno ad assecondare...-   

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scritto da IlSognoCurioso il giovedì, 12 marzo 2009,08:17
Destinazione.

treno-reduci-dalla-Russia
La porta socchiusa fungeva da filtro: un fievole raggio di luce di lampadina dal corridoio entrava nella stanza segnando le forme dei corpi che giacevano sonnolenti, mentre il tanfo dei loro sudori cercava sfogo verso l'uscita, evidentemente troppo stretta vista l'aria pesante che si respirava dentro.
Non era solo l'odore dei quaranta soldati ammassati in quella camerata a rendere l'atmosfera opprimente, ma si sentiva qualcosa che rendeva il fiato ancora più corto e il sonno agitato in quei giovani che si giravano nelle loro brande, tra colpi di sonno, respiri e sospiri nel tentativo di riposarsi un poco in vista della giornata che li avrebbe attesi la mattina seguente.
Era mezzanotte e mezza quando la sagoma di un soldato sui trent'anni apparve alla soglia di quella stanza, con la luce alle spalle e il buio davanti che ne cancellava i lineamenti del viso. Cercò una branda lasciata vuota e la trovo in un angolo a destra, in alto, in un letto a castello che si ergeva tra montagne di scarpe e zaini militari.
Esausto si tolse giusto la camicia, sformata da una giornata di viaggio, e si sdraio così com'era vestito, tanto tra meno di cinque ore avrebbe dovuto riprendere la marcia verso la locazione destinata. Molto lontana questa volta.
Quella sera il treno speciale dell'esercito partito dalla stazione di Pisa alle 16 e 50 e previsto in arrivo a Firenze-Santa Maria Novella due ore e quaranta minuti più tardi, fece un ritardo di oltre tre ore: a causa di un binario manomesso all'altezza di Empoli diversi soldati dovettero scendere per aiutare a risistemare alla meglio le traversine divelte prima di ripartire. Giunti in caserma stremati e senza cena furono ricevuti da un maresciallo che consegno loro la lettera di destinazione del giorno seguente, accompagnata da un saluto militare e da un “si faccia onore figliolo” detto senza molta convinzione.
Ottenuto finalmente un po' di riposo, il soldato, con la testa appoggiata sul cuscino aprì la sua busta, lesse la direzione in un attimo di apnea che gli impedì qualsiasi reazione successiva. Ripiegò il foglio, lo infilò nella tasca dei pantaloni e si mise su un fianco nel tentativo di chiudere gli occhi. Tentativo non riuscito a causa di pensieri e preoccupazioni: chi avrebbe spaccato la legna per la madre? Chi badato al bestiame? Quella donna era troppo anziana per reggere simili fatiche. Ma l'elemento di disturbo principale al sonno fu la burbetta della branda sotto che dopo aver letto la propria lettera aveva cominciato a singhiozzare.
Un ragazzo sui vent'anni, biondo e un po' gracile, con uno sguardo ingenuo e terrorizzato piagnucolava con la faccia affossata nel cuscino e stringendo nel pugno la lettera che gli diceva “5° reggimento guastatori, istanza Macomer (NU)”. Non era altro che un contadino mai uscito dal proprio campo sulle colline di Siena, aveva sentito parlare della Sardegna come di un luogo lontanissimo e antico, in cui non fosse ancora arrivata la civiltà, pericoloso per i suoi selvaggi e i suoi riti e i suoi animali feroci, come la più sperduta e impervia foresta delle favole. Questa era la sua convinzione, basata su racconti di chi c'era stato e dai luoghi comuni, e per questo ora si disperava.
      -Che cazzo piangi imbecille? Smettila che devo dormire, sennò mi alzo e ti do un buon motivo per piagnucolare- bisbigliò scocciato il soldato sui trent'anni,
      -Non voglio, non voglio andare, non voglio morire- rispose il giovane con la voce strozzata dal pianto.
      -Smettila burbetta! Tu andrai come tutti noi dove ti è stato assegnato, senza fiatare, capito?! E ora dormi-
ma l'unica reazione sul giovane fu quella di aumentargli la disperazione e il pianto, tanto che anche altri soldati, infastiditi, dai letti vicini cominciarono a minacciare di fare silenzio.
      -Scusa camerata- riprese allora il trentenne nel tentativo di sedare la disperazione del commilitone
      -Dove sei stato assegnato per disperarti così? Germania? Polonia?-
      -No, peggio – rispose il biondino soffiandosi il naso – Sardegna! Capisci?! Mi mandano tra i selvaggi dove morirò di sicuro sbranato da qualche belva se non mi ammazzeranno prima le bombe-
Nel mentre l'altro, in silenzio, non diceva niente,continuava ad ascoltare mentre il buio copriva l'espressione perplessa del suo volto
      -Ho sentito raccontare cose allucinanti su quell'isola, sono dei selvaggi!! degli assassini! Dicono che se non ti ammazza il nemico ti ammazzano i tuoi compagni di reggimento per derubarti!, non voglio, non voglio andare-
L'altro soldato, allora, per incoraggiare gli bisbigliò
      -ma smettila, ti assicuro che non è così male, anzi, ci sono molti posti ben più brutti-
ma non ci fu modo di smuovere il ventenne dalla sua posizione -tu non capisci, tanto ci devo andare io lì isolato in mezzo al mare, in mezzo a un sole che spacca le pietre e a un vento che ne porta via i resti, in mezzo al puzzo di morte e tra i banditi, so già che non tornerò mai più, io ho solo vent'anni vorrei farmi una vita, vedere un po' il mondo, perché no? Anche da militare non sarebbe male, ma è una beffa morire in Sardegna al primo incarico- e riaffondò la faccia nel cuscino.
Il trentenne allora con un tono di voce che pareva amorevole disse
     -senti, se ti va possiamo fare cambio di destinazione, tanto io in Sardegna ci sono già stato e saprei come muovermi, non mi fa paura...-
     -Davvero?- chiese con gli occhi lucidi e incredulo il giovane soldato
     -Assolutamente si, per me un posto vale l'altro ormai, allora domani mattina appena alzati andiamo dal comandante e vediamo se è possibile fare uno scambio-
Le lacrime da disperazione passarono ora ad essere di felicità sul viso del ragazzetto, che smise di ringraziare il commilitone solo dopo le scarpe lanciate da altri della camerata che cercavano di dormire.
Entrambi i soldati furono destati da un sonno profondo e rilassato quando, alle cinque e due minuti, nel cortile, le trombe suonarono la sveglia e un sergente istruttore passò tra le brande dando colpi di ramazza ai piedi.
I due si risistemarono la camicia, barba, faccia e corsero prima dal maresciallo e dal capitano poi, che perplesso nel sentire la loro richiesta, e soprattutto le preoccupazioni del biondino, si strinse nelle spalle e invertì i due ordini di direzione.
Si lasciarono sulla banchina del secondo binario della stazione, mentre il trentenne saliva sul treno diretto al porto di Livorno. Il giovane nella gioia continuava a ringraziare e ad augurare ogni fortuna a quel commilitone, tanto buono, disposto a sacrificarsi per il suo futuro: non avrebbe mai scordato un atto del genere, promise che un giorno si sarebbe sdebitato, quando il capotreno fischiò la partenza e chiuse le ultime porte del treno.
Mentre il treno cominciò il suo lento muoversi, un soldato sui vent'anni fermo sulla banchina, si accorse di non sapere ancora a quale destinazione il suo benefattore aveva rinunciato. Aprì velocemente la lettera per leggere e ringraziare un'ultima volta da lontano il suo amico, quando la voce gli si strozzò in gola nel leggere “Luga- Russia- Fronte orientale”.
Il suo viso si sbiancò d'un tratto mentre i suoi occhi su cui era sceso di colpo l'inverno guardavano il treno per la calda Sardegna ormai già troppo lontano.
(Ispirato a una storia vera)
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