scritto da IlSognoCurioso il mercoledì, 29 luglio 2009,23:43
Altrimari 2009 - Clandestino

Concerti e spettacoli di musiche e danze del Mediterraneo in collaborazione con l’Associazione Culturale DROMOS FESTIVAL, l‘Umanitaria-Cineteca Sarda, il MAN di Nuoro, la Pro Loco di San Vero Milis e la Cooperativa Ampsicora.

“Altri Mari è stata chiamata la rassegna, molti mari diversi: non solo quello delle barche di lusso, dei bagnanti del ferragosto, del turismo di venti giorni di piena estate: il mare dei pescatori, di gente di passaggio, di mercanti di bottarga, di musicisti giramondo, di viaggiatori che fanno cento chilometri per vedere e ascoltare un progetto originale…”


In particolare

6 Agosto:
Pineta di Mandriola
Ore22.00
-Sanveresi “clandestini”(III): Dario Dessì, “Storie di paese”
Reading di racconti, accompagnato dalle musiche dei Luthiers trio, ovvero Oscar Quiroz Arias, Matias Quiroz Arias e Thomas Casti


“Storie di mari, stati di mare, popoli- genti- pensieri di un globo che rispecchiava il sole. Rifletteva la luce di giorno, conservandone un po’ per quando giungeva la notte: per consolare i suoi popoli, per non farli perdere e non spaventare i piccoli che nella sua fievole luce e nella sua calda ninna nanna di onde,
nuove,
altre,
accorse,
oltre,
si cullavano e sognavano il verde, l’azzurro e il bianco del loro mondo.”

“Il clandestino è un Ulisse che approda nelle spiagge di su Crastu Biancu a chiedere ospitalità come una madonna martoriata”


...Se non avete di meglio da fare passate: un birra a fine serata non la nego a nessuno..
.

scritto da IlSognoCurioso il domenica, 24 maggio 2009,22:00

Mi sono innamorato di te
perché
non avevo niente da fare
il giorno
volevo qualcuno da incontrare
la notte
volevo qualcuno da sognare
Mi sono innamorato di te
perché
non potevo più stare solo
il giorno
volevo parlare dei miei sogni
la notte
parlare d'amore
Ed ora
che avrei mille cose da fare
io sento i miei sogni svanire
ma non so più pensare
a nient'altro che a te
Mi sono innamorato di te
e adesso
non so neppure io cosa fare
il giorno
mi pento d'averti incontrato
la notte
ti vengo a cercare.


Dal mare c'è sempre
qualcuno che sta per tornare,
In mare c'è sempre
qualcosa da guardare,
e una storia è come di un'onda lo sciabordare
Dal mare c'è sempre qualcuno che ha qualcosa da raccontare
una storia di uomo se la si sa ascoltare


Tanti anni fa, nel 1940, credo, in un racconto intitolato Il relitto di kanasaka, Coloane ha narrato il suo strano incontro con un navigatore condannato alla solitudine sino alla fine dei tempi.
Quell'incontro si era verificato, effettivamente, nelle acque della Baia Desolata, nel canale Beagle.
L'imbarcazione sulla quale lo scrittore si trovava aveva rischiato di cozzare contro un relitto, che galleggiava trascinato dalle correnti; aggrappato ad esso, un indio yaghan era passato lì vicino, sfiorando quasi il ponte e tendendo il braccio come volesse indicare la rotta della catastrofe.
L'equipaggio e i passeggeri restarono muti di spavento di fronte a quello spettacolo terribile, ma Coloane, indagando nel corso di quel viaggio e di altri che seguirono, riuscì a sapere da dove veniva lo yaghan e quale tragedia lo aveva colpito.
Era un cacciatore di foche. Un giorno, mentre seguiva un animale dalla splendida pelliccia, si era avventurato alla banchisa. Fu allora che, vuoi per una caduta in acqua, vuoi per il nevischio o per il suo stesso sudore, la bassa temperatura aveva gelato il suo corpo bloccandolo in piena corsa. La primavera, poi, aveva staccato quel pezzo di ghiaccio condannando il cacciatore a essere un navigatore fantasma.
Avevo quattordici anni quando ho sentito Francisco Coloane raccontare questa storia a dei pescatori di Chiloé. È passato tanto tempo, ma mi ricordo ogni parola della sua conclusione:
“Tutto, allora, si spiega facilmente; ma nella mia memoria è rimasta, come un simbolo, la figura ieratica e sinistra del cadavere dello yaghan di Kanasaka, che insegue sul mare i profanatori di quelle solitudini, i bianchi “civilizzati” venuti a turbare la pace della sua razza, e a causarne la rovina con l'alcool e tutte le altre sventure. Quel cadavere sembrava dire, con il suo braccio teso: “fuori di qui”.
Luis Sepùlveda, Il mondo alla fine del mondo


Immigrati salvateci dagli italiani.

scritto da IlSognoCurioso il sabato, 31 gennaio 2009,21:46

Si lo so, questo racconto è già apparso in pseudo puntate su questo blog, ma ci sono particolarmente legato, anche se non è granché, che ora che è concluso lo riposto per intero.

Quel giorno l’inverno pareva fosse scappato per lasciar spazio al sole.
Leggera brezza, caldo, molto, tanto che si tolse il cappotto. Entusiasta si precipitò verso le rocce; quel tratto di costa non finiva a picco sul mare ma si poteva scendere sotto, passando dai residui di uno scivolo per barche scavato in mezzo a ciottoli bianchi.
Si sedette il tanto giusto dall’acqua: al limite, solo per un pelo non si bagnava; ogni tanto qualche schizzo per niente fastidioso.
Sorrise. – Oggi riuscirò a scrivere- pensò e prese in mano fogli gialli di carta riciclata. Ma nulla gli venne in mente.
Voleva descrivere quella situazione che situazione non era; quella strana sensazione di piacevole solitudine senza pensare. -Ma come si può?! Descrivere?! Bisognerebbe inventare nuove parole…-
Travestirle in personaggi irreali, fittizi e le loro vicissitudini? Ingiusto.
Però sorrideva. Silenzio. Sorrideva e pensava che non avrebbe saputo cosa avrebbe fatto domani, però di oggi era sicuro.
Si spostò su un’altra roccia e la sua mano e la sua mente cominciarono a fremere. Come una malattia apparve lei: l’ispirazione.
Venne e s’infranse come un’onda, schizzando parole, suoni, storie di inchiostro sulle rocce di foglio.
Storie di mari, stati di mare, popoli- genti- pensieri di un globo che riusciva a rispecchiare il sole. Reggerne la portata e rimandarne la luce di giorno, conservandone un po’ per quando giungeva la notte: per consolare i suoi popoli, per non farli perdere e non spaventare i piccoli che nella sua fievole luce e nella sua calda ninna nanna di onde,

nuove,

altre,

accorse,

oltre,

         si cullano e sognano il verde, l’azzurro e il bianco del loro mondo.
Ciò che ne uscì fu l’inizio di una storia buffa, curiosa.
Non era un vero e proprio racconto, lui chiamava così qualsiasi cosa, ma più che altro si trattava di una condizione- uno stato d’animo.

Era un vecchio”, cominciò, ma subito un blocco
– No, non ci sono! Non riesco a vederlo questo vecchio: chi era, cosa fa e come…-
pensò un attimo ai vari anziani che conosceva, apparve come una foto nella sua testa l’immagine di un piccolo sardo, basso, scavato, seduto in un sottoscala a prendere il fresco al tramonto d’estate.
-Nonno è un buon modello, potrei provare ad abbozzarlo e vedere cosa ne esce misto a ciò che ho in testa.-
Tirò un tratto di penna su quanto scritto e ricominciò veloce.
Fermo, con lo sguardo immobile, seduto su quello scanno di legno dove nonna metteva a seccare i pomodori nel canestro.
Si poggiava in avanti con i gomiti sul bastone. L’ultimo periodo respirava lentamente con affanno, come se ogni respiro gli evitasse di affogare. Stanco e immobile passava così gran parte dei pomeriggi estivi.
Al bar del Fenicottero, quello a sinistra dello stradone che va verso il porto dei pescatori. Ora è diverso, ma prima era una vera bettola, molto più rustica: una casetta imbiancata a calce con un’enorme veranda in legno che dava sulla spiaggia a maestrale.
Il vecchio sedeva in un angolo in penombra con le maniche di camicia rabboccate e il berretto, di sbieco, sulla testa. Mattine intere ad osservare, immobile, il mare cambiare, con quegli occhi scuri che sembravano colmi di storia.
Aveva deciso di mettere per iscritto le sue memorie, aveva paura che ci si dimenticasse di lui, di tutto ciò che aveva creato, che la storia da lui plasmata e vissuta, passato- presente e futuro di molti cadesse in un dimenticatoio. Scrisse la storia, su pezzi di carta, in piccole frasi ma senza dimenticare niente, partendo dall’origine di tutto:

In principio era il verbo.
In principio era la natura, la madre, la “Tellus Mater”. Da lei nacquero tutti gli animali compreso l’uomo. Lui è l’animale più debole, non ricorda la lingua che usa la natura con i suoi figli.
L’uomo l’ha svenduta per la ragione.
Morse una mela, un frutto di conoscenza: si rese conto della sua ignoranza e volle comprendere tutto da solo, senza farsi insegnare dalla sua madre, dalla quale si distaccò.
Voleva essere creatore, non solo creatura. Capire, non solo essere capito, voleva essere padre di se stesso.
Comprese però che non poteva conoscere tutto, sarebbe impazzito se non avesse messo un limite a questo suo desiderio. Decise di limitarsi il respiro, ferendosi e togliendosi una costola: da cui plasmò Dio. Così creò il creatore, diventando creatura.

 

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scritto da IlSognoCurioso il sabato, 14 giugno 2008,20:37

Morte in una Pasta.

Supponiamo che un giorno ti capiti di vedere la morte in faccia: come l’immagineresti? Molto probabilmente una nonnina dal naso gigante, oppure uno scheletro completo di mantello e falce, o ancora nel costume da bella e dannata, il mio preferito. Viso angelico, seno abbondante e occhi da paradiso. Chi non la seguirebbe una morte così?

Se ti dicessi che si può presentare sotto forma di pasta americana, mi rideresti giustamente in faccia, non ha senso. Una di quelle innocenti e golosissime sfoglie, crema e liquore dentro, zucchero a velo sopra. La fine del mondo!
Eppure accadde così, pare surreale e comico lo so.
Quella mattina dovevo incontrare la mia ex, voleva chiarire. Lasciati nel classico modo: lei diceva di essere nervosa per problemi suoi e tu sostieni di non poterle dedicare più tempo
–Silenzio –Pausa -Ciaoo!!
Spero rimarremo comunque amici”, così aveva detto prima di scomparire nel nulla dal quale sembrava ora riemergere.
Aspettavo lei, quel giorno, davanti la vetrina stregata di dolci.
Nell’attesa, tra cali di zucchero e carenze d’affetto, comprai una pasta americana e a bocca spalancata sentii:
-se ti dicessi che mordendomi morirai?-
Rimasi interdetto, mi volsi intorno sicuro di vedere qualcuno, era una voce calda e familiare.
-Non cercare intorno imbecille sono io che parlo- e strizzò un occhio di candito apparso senza che me ne accorgessi.
-Tu?- risposi basito – una stupidissima pasta americana, e perché dovresti uccidermi? Strano, sembri così buona…-
- Sono la morte, non chiedermi il perché, ma in direzione hanno deciso questa prassi:
soffocamento da ostruzione- cinque minuti netti”.
Originale no? Dai facciamo in fretta che tra mezz’ora ho un ictus per un vecchietto e una partita a scacchi da vincere, sono imbattibile!-
-Aspetta, aspetta un attimo, quindi, secondo te ora, se non sono sbronzo o rimbecillito per finire a parlare con croissant , io, sapendo cosa mi aspetta credi che morda lo stesso?
-Certo- disse la pasta con modo pacato come se fosse una formula abituale –certo, perché non c’è mai fine all’imbecillità umana: un fumatore, ad esempio, lo sa che il fumo uccide eppure mi cerca lì senza problemi…-
-Non capisco, che c’entra?-
-C’è poco che non c’entra. Tutti, e tu non sei da meno, siete attirati a me, o meglio alla vita di cui io sono solo una parte:
si nasce e si muore, si cresce, si invecchia, si soffre e si gode,
dai,non perdiamo altro tempo che mi si sta rovinando la crema e la storia dell’ubiquità ve la siete tirata fuori voi…-
Cercai di trattenere le risate –dai, non posso crederci, quando va in onda? Siete troppo forti, ehehe, e poi ho ancora molte cose davanti a me, non sono mica vecchio-
-Oh! Guarda che stai parlando con la morte in persona e non ridere che non mi diverto poi tanto con  la forfora di zucchero in testa! Non devi crederci o meno, è così, non stiamo discutendo di metafisica-
-Ma cosa c’è di là?- chiesi tranquillo, giusto per stare allo scherzo.
-Lo vedrai…ihihih feste: party, donne e luci colorate uhahaha! Scusa, ma questa domanda la fatte tutti. Secondo te mi faccio i fatti altrui? Io lavoro da questa parte, non lì. Non c’è lavoro da quella uhuhuh questa me la segno! …non lo so, punto.-

Che fine di merda! Pensai. Non aveva  alcun senso: una morte buffona e spiritosa, ideale forse per un fallito, ma non per me che ho tanti progetti da portare avanti.
-Hei, piano con le offese- riprese la pasta come se avesse letto i miei pensieri –sennò una bella fine per meningite non te la toglie nessuno. Guarda bene la vita che fai: quella di una scimmia. Trent’anni, una laurea a metà, vivi con mamma e papà e un lavoro mooolto flessibile in un call center trattato da pezzente; per non parlare della tua ultima ragazza: per carità! fa schifo! Chissà che noia poi! Nessun divertimento: palestra tre volte a settimana, discoteca, birra e camel light da dieci. Secondo me ci guadagni nel morire.-
-Basta!- pensai –sarà la morte, sarà uno scherzo, sarà pure la televisione ma non sono disposto a perdere la dignità per un minuto di visibilità insulsa, non può continuare ad insultarmi così, a trattarmi da pezzente, da fallito, miserabile, decrepito prima del tempo, ora gli dimostro che si sbaglia, che non ho legami e cambio, faccio e disfo le cose a mio piacimento.-
Disgustato buttai la pasta americana nel cestino. Non ebbi che trenta secondi.

Ora sono qui immobile, guardo la vita da fuori, in silenzio, aspetto.
Paralisi completa e demenza da doppio ictus ischemico, un caso stranissimo per una persona così giovane, così dicono i medici. Io lo so, sarebbe dovuto essere fulminante, ma non era quella la morte prevista, questa è solo una ripicca alla mia volontà, e quindi sono ancora qui seppur immobile.
Penso, nessuno lo sa, non vedo e non parlo, non posso dimostrare e spiegare che capisco e sento tutto, le cose intorno a me e i loro meccanismi appaiono così lucidi, ma nessuno ci crederebbe, nessuno, e in fondo sarebbe come credere che la morte può essere anche una pasta americana.

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scritto da IlSognoCurioso il lunedì, 05 novembre 2007,16:27

Rimase illuminato come passò. Come girò l’angolo uno splendido sole invernale brillava su quel mare: splendido, abbagliante.
Leggera brezza, caldo, molto per essere inverno, tanto che si tolse il cappotto. Parcheggiò su una duna , scese senza chiudere e si precipitò verso le rocce. Come giunse vicino fu contento di una piccola sorpresa: le rocce non erano a picco sul mare ma si poteva scendere sotto, passando dai residui di uno scivolo per barche scavato in mezzo ai ciottoli bianchi.
Si sedette il tanto giusto dall’acqua: al limite, solo per un pelo non si bagnava, ogni tanto soltanto qualche schizzo per niente fastidioso delle piccole onde pettinate che si infrangevano.
Sorrise. – Oggi riesco a scrivere- pensò e prese in mano fogli gialli di carta riciclata. Ma nulla gli venne in mente.
Voleva descrivere quella situazione che situazione non era; Quella strana sensazione di amena solitudine senza pensare. -Ma come si può?! Descrivere?! Le parole non sono l’atio piena...-
Camuffarle verso personaggi irreali, fittizi e le loro vicissitudini? Ingiusto.
Però sorrideva. Morse un pezzo di cioccolato amaro, così dolce.
Silenzio. Sorrideva, e pensava  che non avrebbe saputo cosa avrebbe fatto domani, oggi intanto…
Si spostò su un’altra roccia e la sua mano e la sua mente cominciarono a fremere. Gli scrittori e gli attori del passato la chiamavano “ispirazione”. Dicevano che fosse come una malattia, si narrava in qualche libro di uno scrittore in prigione che, non potendo sfogarla, divenne pazzo e morì incidendosi la pelle: scrivendo se stesso.
Venne e s’infranse come un’onda, schizzando parole, suoni, storie di inchiostro sulle rocce di foglio.
Storie di mari, Stati di Mare, popoli- genti- pensieri di un globo che riusciva a rispecchiare il sole. Reggerne la portata e rimandarne la luce di giorno, conservandone un po’ per quando giungeva la notte: per consolare i suoi popoli, per non farli perdere e non spaventare i piccoli che, nella sua fievole luce e nella sua calda Ninna Nanna di onde, nuove, altre, accorse, oltre, si cullano e sognano il verde, l’azzurro e il bianco del loro mondo.
Ciò che ne uscì fu una storia buffa, curiosa.
Non era un vero e proprio racconto, lui chiamava così qualsiasi cosa, ma più che altro si trattava di una condizione- uno stato d’animo.


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