scritto da IlSognoCurioso il lunedì, 21 settembre 2009,09:43
Vogliamo il rinnovabile, ma con criterio!!

NO AL CAMPO EOLICO NEL MARE DI IS ARENAS!!
(Vi prego firmate la petizione a fine post!!)



Mentre tutti si preoccupano degli scempi edilizi in una pineta che di fatto è abbandonata a se stessa e che fino a 40 anni fa nemmeno esisteva e che comunque è inserita come SIC (sito di interesse Comunitario) e quindi protetto da una serie di vincoli, un gruppo imprenditoriale appositamente creato, ha aggirato le leggi regionali presentando un progetto per creare un campo eolico off-shore (per cui l'unica parola in merito è quella del Ministero competente) costituito da 80 pale da situare a meno di 3 mg dalla spiaggia di Is Arenas. 80 pale alte 100 metri (+ altri 30 di fondamenta) per la cui edificazione verranno distrutte vastissime praterie di Posidonia che costituiscono un elemento fondamentale di contrasto all'erosione della costa. L'Istanza di Concessione Demaniale SESSANTENNALE è stata pubblicata il giorno 9 settembre nei quotidiani La Nuova Sardegna, La Repubblica e Il Corriere della Sera, tralasciando il principale quotidiano sardo per diffusione.
Abbiamo tempo fino al 8 ottobre per presentare eventuali obiezioni al progetto, diversamente, "si darà ulteriore corso alle pratiche inerenti alla concessione richiesta".

Non possiamo ancora una volta permettere che il nostro territorio venga deturpato.
Diciamo si alle pale eoliche e a tutte le energie rinnovabili, ma nei modi e nei posti giusti.

Un simile scempio, oltre al danno ambientale e paesaggistico, danneggerebbe ulteriormente un turismo che non riesce a decollare, danneggerebbe la piccola pesca locale a causa delle sicure interdizioni alla navigazione e alla pesca. DICIAMO NO TUTTI INSIEME!!


L'autorizzazione all'installazione degli impianti eolici-offshore è regolata dalla Finanziaria 2008 art.2 comma 158:
c) al comma 3 (legge 387/2003 art.12 riportato di seguito), è aggiunto, in fine, il seguente periodo: «Per gli impianti offshore l'autorizzazione è rilasciata dal Ministero dei trasporti, sentiti il Ministero dello sviluppo economico e il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, con le modalità di cui al comma 4 e previa concessione d'uso del demanio marittimo da parte della competente autorità marittima»;

art. 12 legge 387/2002:
3. La costruzione e l'esercizio degli impianti di produzione di energia elettrica alimentati da fonti rinnovabili, gli interventi di modifica, potenziamento, rifacimento totale o parziale e riattivazione, come definiti dalla normativa vigente, nonche' le opere connesse e le infrastrutture indispensabili alla costruzione e all'esercizio degli impianti stessi, sono soggetti ad una autorizzazione unica, rilasciata dalla regione o altro soggetto istituzionale delegato dalla regione, nel rispetto delle normative vigenti in materia di tutela dell'ambiente, di tutela del paesaggio e
del patrimonio storico-artistico. A tal fine la Conferenza dei servizi e' convocata dalla regione entro trenta giorni dal
ricevimento della domanda di autorizzazione. Resta fermo il pagamento del diritto annuale di cui all'articolo 63, commi 3 e 4, del testo unico delle disposizioni legislative concernenti le imposte sulla produzione e sui consumi e relative sanzioni penali e amministrative, di cui al decreto legislativo 26 ottobre 1995, n. 504, e successive
modificazioni.
4. L'autorizzazione di cui al comma 3 e' rilasciata a seguito di un procedimento unico, al quale partecipano tutte le Amministrazioni interessate, svolto nel rispetto dei principi di semplificazione e con le modalita' stabilite dalla legge 7 agosto 1990, n. 241, e successive modificazioni e integrazioni. Il rilascio dell'autorizzazione costituisce titolo a costruire ed esercire l'impianto in conformita' al progetto approvato e deve contenere, in ogni caso, l'obbligo alla rimessa in pristino dello stato dei luoghi a carico del soggetto esercente a seguito della dismissione dell'impianto. Il termine massimo per la conclusione del procedimento di cui al presente comma non puo' comunque essere superiore a centottanta giorni.



Le motivazioni che portano a ritenere dannoso il parco sono molteplici in quanto contrasta:

con gli aspetti paesaggistici e di tutela delle acque atteso che l’intervento interferisce con gli habitat prioritari (dune di Is Arenas) individuati all’interno del S.I.C. dalla Direttiva 92/43/CE, e con aree umide(Oasi) di protezione della fauna stanziale e migratoria inserite nella convenzione di Ramsar;
Impatto sulla fauna stanziale e migratoria: – In prossimità dell’area interessata dagli interventi risultano localizzati alcuni siti di importanza comunitaria (Is Arenas) tra cui alcune zone umide (Stagno di Sal'e Porcus, Stagno di Cabras, Salina di Putzu Idu): 52.000 ettari sono la superficie degli stagni italiani protetti dalla Convenzione internazionale di Ramsar, dei 13.000 ettari individuati in Sardegna 6.000 si trovano nella provincia di Oristano. Questo dato può aiutare a capire quale importanza ricoprano gli stagni, le saline, le lagune e le paludi nel panorama ambientale provinciale.
Questo immenso complesso lagunare costituisce uno dei più diversificati ecosistemi umidi esistenti.
Perdita di habitat:
Dai dati prelevabili dal formulario standard elaborato nell’ambito della rete Natura 2000, i predetti siti sono caratterizzati dalla presenza di molteplici specie avifaunistiche migratorie tant’è che gli stessi sono riconosciuti “importanti per una numerosa ornitofauna in alcuni casi nidificante”. Ciò è dovuto, essenzialmente, alla presenza delle zone umide che permettono a molte specie avifaunistiche di utilizzare tali habitat per la sosta ed in alcuni casi per la nidificazione. Peraltro, anche da osservazioni condotte dalla Provincia di Oristano risulta che il tratto di costa prospiciente il progettato impianto è interessato da un vasto flusso migratorio che, nell’ambito della rotta italica, vede il passaggio di numerose specie quali aironi, alzavole, tordi, colombacci, fenicotteri, ecc… È indubbio, quindi, che l’eventuale cambiamento degli habitat, causato dalla presenza delle turbine e delle strutture di fondazione, disturberebbe gli areali preferiti dall’avifauna e provocherebbe collisione degli uccelli contro le pale delle turbine in movimento, atteso che le altezze di volo registrate rientrano “ampiamente” nell’area di rotazione delle pale delle turbine.
L’impatto visivo e paesaggistico: notevole se si considera: la conformazione della costa caratterizzata da un susseguirsi di formazioni collinari; l’altezza dei singoli piloni (palo + rotore); l’importanza numerica del parco eolico (80 torri); la distanza di solo 1 (uno) miglia dalla costa. Pertanto, l’impatto visivo esiste a partire sin dalla battigia e diventa sempre più imponente man mano che si sale sul prospiciente territorio collinare. Riferimento alla “Convenzione europea del Paesaggio” Firenze 20 Ottobre 2000.
Nel progetto presentato dalla Is Arenas Renowable Energies srl non vengono inoltre contemplati:
Impatto sonoro – L’impianto produce un notevole impatto sonoro sulla costa causato dalla risonanza acustica, data la densità e l’importanza dell’impianto, il cui effetto si propaga su tutta la costa interessando i nuclei urbani situati lungo la fascia costiera (Putzu Idu, Sa Rocca tunda, Torre del Pozzo, S'Archittu, Santa Caterina di Pittunuri). Dall’esame della documentazione prodotta dalla soc. Is Arenas Renowable Energies srl, manca uno studio accurato circa l’aumento dell’impatto sonoro generato dall’impianto, causato dai venti dominanti provenienti da nord/ovest. Inoltre, sarebbe necessaria, al di là della simulazione numerica, una misurazione reale dei livelli di risonanza acustica effettuata in un altro impianto avente caratteristiche simili a quelle di progetto già realizzato in altra zona del globo. Non appare attendibile l’affermazione dei progettisti in merito alla assenza di fenomeni di risonanza sonora.
Correnti marine – La documentazione è carente di uno studio approfondito che evidenzi l’interazione tra la modificazione delle correnti, prodotta dalla realizzazione di un così imponente parco eolico all’interno dell'area di mare golfo compresa tra Capo Mannu e Santa caterina di Pittinuri, ed i fenomeni di insabbiamento e di erosione che si verrebbero a produrre sulla costa che, a loro volta, potrebbero interferire con gli aspetti socio economici ed ambientali. Peraltro, verrebbe pesantemente compromessa la vita delle “Posidonia Oceanica” che come ben noto rappresenta la prima protezione al fenomeno erosivo della costa, oltre ad essere fulcro vitale dell'ecosistema marino.
Sicurezza – La documentazione è assolutamente insoddisfacente per quanto riguarda la sicurezza dell’impianto:
Effetti delle correnti sui piloni: la documentazione depositata risulta carente di uno studio approfondito da cui si evincano con chiarezza quali correnti si verrebbero a generare in profondità, a causa della interferenza della maglia dei piloni, e quali effetti si potrebbero avere sui piloni stessi. L’allineamento di tanti aerogeneratori, posti a breve distanza tra di loro, potrebbe generare interferenze reciproche circa le correnti marine, creando movimenti vorticosi tali da scalzare le fondazioni delle torri. Studi eseguiti dal CNR hanno evidenziato proprio nel tratto ad ovest delle coste oristanesi le maggiori altezze di onde registrate in tutto il Mediterraneo e l'istituto per lo studio della dinamica delle grandi masse ha evidenziato sulla nostra costa in un anno solare di 365 giorni, almeno 120 giorni di moto ondoso con altezze superiori al metro e mezzo.
Carenza documentale – Dall’esame della documentazione, originaria integrativa e di variante, depositata dalla società Is Arenas Renowable Energies Srl si riscontra un’assoluta carenza di dati dimensionali chiari ed espliciti (totale assenza di un qualsivoglia progetto architettonico di livello esecutivo) relativi alla cabina di elevazione di potenza da ubicare in territorio del Comune Narbolia e/o limitrofi. Peraltro, nulla si evince in merito al preciso tracciato che dovrebbero seguire le condotte da interrare sino alla centrale di innesto con la rete nazionale in maniera tale da poter valutare eventuali interferenze con altre reti già presenti sul territorio o per valutare la necessità di procedere all’esproprio di eventuali aree di proprietà di privati o di altre pubbliche amministrazioni. Nonostante, nella documentazione di variante, sia chiara la superficie demaniale richiesta a terra per la realizzazione della “cabina di elevazione di potenza”, sono totalmente assenti elaborati grafico–descrittivi, corredati dalla obbligatoria “VERIFICA DI AMMISSIBILITA’ per gli usi previsti e consentiti” prevista dal PTPAAVV n.1 relativi alla struttura da realizzare a terra (altezza, larghezza, profondità, modalità costruttive, materiali di finitura, tipologia di fondazioni, ecc…). La Verifica di Ammissibilità, ai sensi dell’art.32, comma 4 delle Norme Tecniche del PTPAAVV, prevede la seguente documentazione:
Descrizione dello stato iniziale del sito per il quale è proposta la trasformazione dei luoghi circostanti, con particolare riferimento ai valori tematici per i quali è richiesta la verifica di ammissibilità;
Illustrazione dei contenuti tecnici del progetto e delle modalità della sua realizzazione, in rapporto all’incidenza sui caratteri costitutivi degli elementi e sui valori tematici ad essi attribuiti dai Piani territoriali Paesistico – ambientali (Sic) di area vasta;
Alternative di localizzazione;
Misure proposte per l’eliminazione, l’attenuazione e/o la compensazione degli effetti ineliminabili, tramite modalità progettuali, esecutive e di gestione.
Impatto socio–economico – Per tutte le forme di impatto precedentemente trattate, si avrebbero gravissime ripercussioni di natura socio–economica soprattutto sotto il profilo occupazionale. Volendo segnalare solo gli effetti negativi macroscopici, senza essere esaustivi di tutti gli effetti negativi sulla qualità della vita si segnalano:
Pesca: esistono operatori del settore della pesca che sono in possesso di licenza di esercizio entro le 3 (tre) miglia dalla costa che evidentemente, una volta realizzato l’impianto, non avrebbero più di che vivere vedendosi interdire proprio l’area in cui esercitano la loro attività; verrebbe, inoltre, ridotta notevolmente la superficie utilizzabile per l’allevamento di specie ittiche e molluschi in mare.
Turismo: ci sarebbe una drastica riduzione dei flussi turistici con danni incalcolabili alle centinaia di operatori del settore.
Commercio: forte riduzione del volume d’affari delle imprese commerciali.




e se ancora non siete convinti date uno sguardo all'articolo sul sito della regiione Sardegna : qui


FIRMATE LA PETIZIONE!!!   
Qui

categoria:mare, il nervoso, tornando ad itaca
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scritto da IlSognoCurioso il mercoledì, 29 luglio 2009,23:43
Altrimari 2009 - Clandestino

Concerti e spettacoli di musiche e danze del Mediterraneo in collaborazione con l’Associazione Culturale DROMOS FESTIVAL, l‘Umanitaria-Cineteca Sarda, il MAN di Nuoro, la Pro Loco di San Vero Milis e la Cooperativa Ampsicora.

“Altri Mari è stata chiamata la rassegna, molti mari diversi: non solo quello delle barche di lusso, dei bagnanti del ferragosto, del turismo di venti giorni di piena estate: il mare dei pescatori, di gente di passaggio, di mercanti di bottarga, di musicisti giramondo, di viaggiatori che fanno cento chilometri per vedere e ascoltare un progetto originale…”


In particolare

6 Agosto:
Pineta di Mandriola
Ore22.00
-Sanveresi “clandestini”(III): Dario Dessì, “Storie di paese”
Reading di racconti, accompagnato dalle musiche dei Luthiers trio, ovvero Oscar Quiroz Arias, Matias Quiroz Arias e Thomas Casti


“Storie di mari, stati di mare, popoli- genti- pensieri di un globo che rispecchiava il sole. Rifletteva la luce di giorno, conservandone un po’ per quando giungeva la notte: per consolare i suoi popoli, per non farli perdere e non spaventare i piccoli che nella sua fievole luce e nella sua calda ninna nanna di onde,
nuove,
altre,
accorse,
oltre,
si cullavano e sognavano il verde, l’azzurro e il bianco del loro mondo.”

“Il clandestino è un Ulisse che approda nelle spiagge di su Crastu Biancu a chiedere ospitalità come una madonna martoriata”


...Se non avete di meglio da fare passate: un birra a fine serata non la nego a nessuno..
.

scritto da IlSognoCurioso il domenica, 24 maggio 2009,22:00

Mi sono innamorato di te
perché
non avevo niente da fare
il giorno
volevo qualcuno da incontrare
la notte
volevo qualcuno da sognare
Mi sono innamorato di te
perché
non potevo più stare solo
il giorno
volevo parlare dei miei sogni
la notte
parlare d'amore
Ed ora
che avrei mille cose da fare
io sento i miei sogni svanire
ma non so più pensare
a nient'altro che a te
Mi sono innamorato di te
e adesso
non so neppure io cosa fare
il giorno
mi pento d'averti incontrato
la notte
ti vengo a cercare.


Dal mare c'è sempre
qualcuno che sta per tornare,
In mare c'è sempre
qualcosa da guardare,
e una storia è come di un'onda lo sciabordare
Dal mare c'è sempre qualcuno che ha qualcosa da raccontare
una storia di uomo se la si sa ascoltare


Tanti anni fa, nel 1940, credo, in un racconto intitolato Il relitto di kanasaka, Coloane ha narrato il suo strano incontro con un navigatore condannato alla solitudine sino alla fine dei tempi.
Quell'incontro si era verificato, effettivamente, nelle acque della Baia Desolata, nel canale Beagle.
L'imbarcazione sulla quale lo scrittore si trovava aveva rischiato di cozzare contro un relitto, che galleggiava trascinato dalle correnti; aggrappato ad esso, un indio yaghan era passato lì vicino, sfiorando quasi il ponte e tendendo il braccio come volesse indicare la rotta della catastrofe.
L'equipaggio e i passeggeri restarono muti di spavento di fronte a quello spettacolo terribile, ma Coloane, indagando nel corso di quel viaggio e di altri che seguirono, riuscì a sapere da dove veniva lo yaghan e quale tragedia lo aveva colpito.
Era un cacciatore di foche. Un giorno, mentre seguiva un animale dalla splendida pelliccia, si era avventurato alla banchisa. Fu allora che, vuoi per una caduta in acqua, vuoi per il nevischio o per il suo stesso sudore, la bassa temperatura aveva gelato il suo corpo bloccandolo in piena corsa. La primavera, poi, aveva staccato quel pezzo di ghiaccio condannando il cacciatore a essere un navigatore fantasma.
Avevo quattordici anni quando ho sentito Francisco Coloane raccontare questa storia a dei pescatori di Chiloé. È passato tanto tempo, ma mi ricordo ogni parola della sua conclusione:
“Tutto, allora, si spiega facilmente; ma nella mia memoria è rimasta, come un simbolo, la figura ieratica e sinistra del cadavere dello yaghan di Kanasaka, che insegue sul mare i profanatori di quelle solitudini, i bianchi “civilizzati” venuti a turbare la pace della sua razza, e a causarne la rovina con l'alcool e tutte le altre sventure. Quel cadavere sembrava dire, con il suo braccio teso: “fuori di qui”.
Luis Sepùlveda, Il mondo alla fine del mondo


Immigrati salvateci dagli italiani.

scritto da IlSognoCurioso il domenica, 19 aprile 2009,23:05
Su socialista a una bigotta


("Le Bigotte", Walter Mac Mazzieri, 1966)

[I]
De cando ses cun sa cunfessione,    
             Dato che tu stai sempre in confessione,
non faeddes de Santos, bene meu:                i Santi o bene mio non nominare:
comente cheres chi mi ponza in Deu             come pensi che in Dio possa sperare
da chi ses tue sa tentazione?
                         se proprio tu sei la mia tentazione?

Ma si abberu m'has affezione,                       Ma se davvero mi porti affezione,
beni e dami unu basu cun recreu;                   vieni, baciare me ti può giovare;
lassa sos santigheddos d'ozu seu,                   i santini di sego puoi lasciare,
basa a mie, non bases su mattone.
                 bacia me, non baciare il mattone.

Lassa sos Santos, faedda de affettu:              Lascia i Santi, e parlami d'amore:
chi finas cun su chelu so a prima                    persino col cielo ho seri guai
pro mesu ch'happo a tie intro su pettu.
          da quando tengo te dentro il mio cuore.

Ma si falsu non est chi m'has istima,               Ma se falso non è che amor mi dài,
pagu seguru tenzo custu lettu,                        ho il letto traballante e traditore,
istuda sa candela, abarra firma.
                     soffia sulla candela, e ferma stai.

[II]
Bianca, non lu nego, ses bianca,                    Bianca, non lo nego, tu sei bianca,
in biancura superas su lizu,                            in biancore anche il giglio hai superato,
però cando t'hant postu su battizu                  però quando ti hanno battezzato
t'hana fattu sa rughe a manu manca.
               ti hanno fatto la croce a mano manca.

Tue giughes chelveddos de corranca,            Cervello di cornacchia, zucca stanca
t'hana postu su sale aizzu aizu                        che solo in superficie t'han salato,
chi finas in su pubblicu passizu                       ché nel passeggio tutti t'han notato
curres a musca che trau in sa tanca.
               rincorrer mosche come toro in tanca.

Giughes sa musca, però non t'abbizas            Hai le mosche, e non ti rendi conto
chi ti faghet andare furiosa,                            che camminare ti fanno furiosa
pro cussu faghes cussu passu istranu.
             e per questo procedi a passo strano.

Narami it'est su chi tottu disizas,                    Ad ogni desiderio sono pronto,
beni a mie, non istes birgonzosa
                     vieni a me, non far la vergognosa
ca su chi chircas tue l'happo in manu.
           perché quello che cerchi io ce l'ho in
                                                                                            mano

Peppinu Mereu (1872-1901)

scritto da IlSognoCurioso il domenica, 05 aprile 2009,20:53

Una mujer desnuda y en lo oscuro

Una mujer desnuda y en lo oscuro
tiene una claridad que nos alumbra
de modo que si ocurre un desconsuelo
un apagón o una noche sin luna
es conveniente y hasta imprescindible
tener a mano una mujer desnuda.

Una mujer desnuda y en lo oscuro
genera un resplandor que da confianza
entonces dominguea el almanaque
vibran en su rincón las telarañas
y los ojos felices y felinos
miran y de mirar nunca se cansan.

Una mujer desnuda y en lo oscuro
es una vocación para las manos
para los labios es casi un destino
y para el corazón un despilfarro
una mujer desnuda es un enigma
y siempre es una fiesta descifrarlo.

Una mujer desnuda y en lo oscuro
genera una luz propia y nos enciende
el cielo raso se convierte en cielo
y es una gloria no ser inocente
una mujer querida o vislumbrada
desbarata por una vez la muerte.


Mario Benedetti

scritto da IlSognoCurioso il domenica, 22 marzo 2009,15:09
Una storia di paese.

santeru
In ogni paese, alle sei del pomeriggio, le piazze si popolano di gente. Soprattutto a giugno, quando il primo caldo estivo con la sua afa opprimente, fa grondare le schiene piegate nei campi, e i volti rossi, neri di fatica appaiono come il volto di un cristo al venerdì santo: le vene delle tempie ingrossate a segnare i lineamenti su cui scivola l'affanno, e la bocca, dischiusa in una smorfia, si disseta di un'aria torrida che lascia senza fiato.

Non bisogna bere, o almeno non subito al primo seccarsi della gola, ma inumidire solo le labbra quando la sete diventa irresistibile nello stillare delle ore. I contadini lo sanno: in quelle condizioni anche l'acqua è una droga che gonfia lo stomaco e rende lo stare piegati di una fatica insostenibile. E più si beve e più si ha sete, sino a quando non finiscono le scorte e si è costretti ad attingere alla fonte salata del proprio sudore.
Tutti i giorni, però, anche quelli in cui malediresti d'esser vivo, verso le sei del pomeriggio il caldo e la luce pesante del sole concedono una tregua: l'aria diventa respirabile e il cielo assume finalmente un tono più tenue, un azzurro quasi pastello. I contadini, rigenerati nelle docce, con ancora i capelli umidi e la camicia pulita e morbida su quella pelle così dura, si distendono nei bicchieri di vermentino freddo nei bar e nelle cantine, mentre i bambini corrono per le strade in schiamazzi e giochi, finalmente liberi dalla paura di “sa mamma 'e su sole”, a quell'ora non più in agguato ad ogni angolo di strada.

In quel momento della sera, in cui la voglia di vita ritorna nei petti vigorosi dei giovani, le vecchie preferiscono continuare ad appesantirli nei fumi dell'incenso, nelle candele e nelle orazioni delle novene del santo. Nove giorni di preghiera, affinché il santo meta una buona parola con il suo superiore per il loro marito scomparso. Nove giorni di rinunce e canti ritmati nel loro lento dondolare delle teste dentro il sopore di una chiesa spoglia, per lasciare tutto ai giovani al decimo giorno, che nei loro abiti migliori riempiranno chiesa e paese di frastuono e festa, per sfogare la fatica del lavoro, per cercare l'amore e per ripetersi con gli sguardi, che si, è ancora lontana la vecchiaia e la morte.

Ogni giorno, l'ultimo suono che si sentiva alla fine della novena era uno sincopato passo di tacchi che dalla cappella della Madonna del Rimedio attraversa tutta la chiesa verso l'uscita. Un ticchettare di zoppo che si immetteva nella piazza.
Con le spalle avvolte nello scialle della vecchiaia e la testa cinta in un fazzoletto di una decennale vedovanza, nera come un corvo, Tzia Disgrazia dondolava dalla chiesa sino alla sua vecchia casa dall'altra parte della piazza, facendosi largo tra le risa, non troppo lontane, dei giovani seduti nei tavolini dei bar e borbottando con quelle labbra tirate in una bocca sdentata.
Non era un semplice mugugno da vecchia sclerotica il suo, ma malediceva quei giovani: -invecchierete anche voi- biascicava -e allora si che vi vorrò vedere ridere- nei confronti di quelli che come la vedevano arrivare si toccavano i coglioni, mentre i più zelanti e bigotti facevano un veloce segno della croce e i bambini più discoli, nascosti dietro i muriccioli, gridavano -Tzia Disgrazia!- epoi scappavano.
Quel soprannome la povera vecchia proprio non lo sopportava. Non era una maledizione la sua, ma una dote. Una dote passata di madre in figlia da generazioni. Per tutta la Sardegna, i femmias de meghia
erano tante, c'erano quelle che rimettevano apposto le ossa, quelle che ti facevano la medicina per i porri, quelle de s'sabba, e poi le quelle come lei, le più temute.
Venivano soprannominate nei modi più vari, frastimmadoras, femmias de fattuzu, cugurras, ma per il piccolo paese di San Vero lei era semplicemente “Tzia Disgrazia”. A volte bastava una sua sola parola per condizionare un'annata, per questo nei giorni prima del raccolto, quando la vedevano alzare gli occhi al cielo con un'espressione che diceva -mi sa che il tempo si rovina- , i contadini riparavano in chiesa. Ma per avere effetti più direzionati bisognava rivolgersi a lei, nella sua vecchia casa ammuffita dal tempo. Era in grado di togliere la gelosia che faceva piangere i bambini più belli, oppure di far capitare qualcosa di spiacevole a qualcuno: un oggetto, serviva un suo oggetto, da annerire al fuoco di una candela e alcuni bremus pronunciati sommessamente, e il gioco era fatto.

Tzia Disgrazia era certo un personaggio particolare, ma non l'unico che popolava le strade e la vita del paese di San Vero.

De Paulle su machìne este movidu
In Seneghe a fattu a passadura
A Narabuhja s'este frimmadu
e a coa sinch 'esti andadu
A Santeru su machìne est abarradu.

Un paese di matti, questa era la considerazione che i paesi vicini avevano: “Santeru sa idda 'e su disisperu”, ripetevano con ragione. Pareva che una strana, a volte goliardica isteria, traspirasse dai pori dei suoi abitanti.

San Vero Milis (OR): comune dell'alto campidano dedito all'agricoltura. 16 m. sul livello del mare; 5 borgate marine, territorio complessivo 37 km q; 2550 abitanti, 6 bar nel paese, altri 10 sparsi nella marina. Una media di un bar ogni 159,3 abitanti, compresi gli under 3 e gli over 90.
Abitanti astemi: non pervenuto.

furenti per aver piantosenza motivo, vedendo che in realtà era l'ottuagenario Tziu Frantziscu, semplicemente troppo lento nel ricaricare il fucile per dare un ritmo più allegro e veloce.A carnevale, i diciottenni festeggiavano la loro prima sbronza pubblica e consentita indossando i panni di militari pronti all'attacco e a bordo di trattori si impadronivano delle strade tirando il collo alle galline, fermando il traffico e assaltando le scuole. In quel giorno non ci poteva essere qualcuno che ragionasse. Finiva sempre così.
Infiniti poi gli aneddoti sui singoli: nessuno dimenticava quando Peppi Craba, cacciatore da avanzato tasso alcolico, festeggiò la cattura del primo cinghiale della stagione venatoria, sparando alle campane della chiesa. Per un breve periodo divenne sport nazionale, le campane suonavano alle ore più impensate e con i ritmi più festosi, anche se le vecchiette non capivano più a che ora e che funzioni si celebrassero. Don Tolu stesso, un giorno, sentendo all'ora di cena le campane suonare a morto, con il loro ritmo lento e cadenzato, infilò i paramenti in tutta fretta e ancora unto di minestra, corse in chiesa dove trovò le attitidoras
Il gioco finì solo quando si ruppe una campana e i paesani furono costretti a pagarne di nuova.

L'abitudine più stramba e pericolosa, era certo quella delle “pudazzate”. Non si sa il perché, ma da che mondo è mondo, a San Vero, i regolamenti di conto, le risse non sono mai finite a coltellate come in tutti i paesi, ma a colpi di roncola, di “pudazza”.
Forse perché il paese era di vocazione e si presentava come l'attrezzo più a portata di mano, forse perché San Vero in persona, con la sua corazza intarsiata d'oro da crociato, dall'alto dell'altare sfidava i mori invasori impugnando una falce, comunque sia anche il vecchio Tziu Frantziscu ricordava che era sempre andata così. A volte bastava anche solo un bicchiere di troppo, un'offesa, un'incomprensione affinché qualcuno restasse a terra con una pudazzata sulla testa.

Innumerevoli le volte in cui le varie amministrazioni comunali, in accordo con il pretore, emisero ordinanze che bandivano
l'uso e il possesso di ogni roncola, falce, o pudazza, per alcun utilizzo o occasione.
Chi venisse colto in fragranza di reato, pena cinque giorni di cella e settantacinque mila lire di sanzione amministrativa”.

In meno di due giorni questa, come tutte le leggi che cercano di modellare la realtà alle alle sue intenzioni, mostrava i suoi limiti: Praticamente mezzo paese finiva in cella o si paralizzava il lavoro nei campi. Subito dalle cantine partivano accese manifestazioni di agricoltori, ubriaconi, curiosi, simpatizzanti e aizzatori di ogni protesta paesana.
Il Geometra Puddu, scapolo, oppositore di professione, unico comunista del paese, attendeva veemente occasioni come queste. Uscito di casa vestito da matrimonio, giacca cravatta e fazzoletto rosso nel taschino,dinnanzi al comune prendeva parola leggendo il discorso scritto con tanta cura giorni prima:

-Questo è un attacco portato in essere dalle istituzioni, per privare i lavoratori del loro lavoro e ricondurli a condizioni alienanti di sfruttamento. Ma il popolo non cederà e si riprenderà i suoi arnesi indispensabili, necessari e determinanti per l'economia locale tutta. Ci riprenderemo le nostre falci a colpi di martello!-

Vuoi per ignoranza, vuoi perché i contadini dei martelli non sapevano che farsene, nessuno capì il discorso del geometra. Comunque, puntualmente, le ordinanze come quelle venivano revocate e si tornava alla normale vita di sempre, con i campi pieni di lavoratori, i bar stracolmi di ubriachi e i morti per roncolata.

Come la faida dei Boy-Spiga, in cui le due principali famiglie terriere di San Vero si ammazzavano a colpi di pudazza da ben quattro generazioni.
Tutto era iniziato una sera di settant'anni prima, quando tornando dai campi, Tziu Antoi Spiga, sorprese in camera la consorte, la prorompente Tzia Angelica, che allietava Salvatore Boy.
-Mi fiad fendi bì su serviziu 'e tziccaras- cercò di dire il colpevole mentre tentava di rivestirsi. Ma da buon tradizionalista, Tziu Spiga era fermamente convinto che i servizi buoni da caffè fossero fatti per restare chiusi nelle credenze, e tirato fuori il suo bel falcetto lucido lo piantò dritto nel cranio dell'usurpatore.
La questione non andò giù alla famiglia Boy, neppure alla moglie dell'ucciso, forse per la solitudine della vedovanza, o semplicemente per l'invidia di non avere anche lei un così bel servizio di tazze da caffè, e così, a distanza di decenni, continuavano a darsele a pudazzate di santa ragione.

Ora, finalmente si era capita l'inutilità di continuare a spargere quel sangue dopo settant'anni. Era giunto il momento di smetterla, di metterci una pietra sopra. Si sancì la riappacificazione del paese il giorno della festa del santo. Al termine della messa in cui il prete, in una sonnolenta omelia, aveva ribadito l'intervento in merito del santo, nell'aula consiliare del comune, tra coccarde, autorità, dolci di mandorle e litri di vino, davanti a centinaia di persone e all'emittente televisiva regionale, Michele Boy e Giacomo Spiga si scambiarono le loro pudazze in segno di amicizia e amistà.

Fu la più grande festa d che il paese ricordasse, la prima senza colpi di falce. Solo Tziu Frantziscu era uscito con la roncola sotto la giacca -'orcu mundu- aveva detto -Kenze pudazza no è festa! Porcu mundu!-
I festeggiamenti furono tra i migliori, con l'albero della cuccagna, balli in piazza e litri di vino ai tavolini, ma così tanto che Tziu Frantziscu si pisciò addosso al quinto bicchiere: segno che il vino era buono, i bagni del bar erano pieni e che la sua prostata non era più quella di una volta.
Sul palco, a intervallare la fisarmonica di Pedru, tra una mazurka e un ballu tundu furono organizzate le gare a poesia di due dei migliori cantadores del circondario: Manca e Bratzu. Tra i due correva un odio insanabile nato nello stesso modo di quello dei Boy Spiga, preferendo però darsele a colpi di rime, essendo le loro lingue affilate molto più delle pudazze. La loro estemporaneità, a volte andava avanti sino alle prime luci dell'alba. Anche quel giorno, per la gioia di tutti, fu scelto come argomento di discussione “il perdonare o meno chi ruba

Subito cominciò Manca, donnaiolo di celebrate dimensioni, così come aveva più volte testimoniato Maria Braztu

Gesusu ha perdonadu,
In sa rughe, su ladrone,
e tui non perdonas
issu pro un’anzone?

Ma senza esitazione, e rosso in volto di rancore verso il rivale e la moglie, Braztu sbottò

Est beru! Gesus in cruxi
su ladrone ha perdonadu
ma non fiat ad issu
chi aianta furadu.

Si a issu puru aiad
furadu un anzone
a stoccadas chi aiad
perdonadu su ladrone.

E via così per tutta la notte, tra sentenze storiche e letterarie, con dissertazioni sul pensiero divino che persino Don Tolu prese appunti per le omelie della settimana santa.

I giorni scivolarono tranquilli, con le solite discussioni in piazza del bar, i soliti bicchieri e gli schiammazzi dei bambini alla sera nell'inseguire il passo zoppo di Tzia Disgrazia, ma tutto più calmo, senza paure alla spalle di esser e colpiti. Ma passò poco che dall’edicola drappeggiarono i giornali locali:


--Fatalità del Destino: Falciata a morte la faida delle pudazze-
Giacomo Spiga, ferito a morte da una roncola in un banale incidente domestico
.

San Vero Milis, Oristano: il corpo senza vita di Giacomo Spiga, possidente terriero locale, di anni 47, noto ai più per aver messo fine nei giorni scorsi, assieme a Michele Boy, alla triste faida che da decenni insanguinava il paese, è stato rinvenuto ieri sera presso la sua rimessa di attrezzi agricoli.
Secondo i primi accertamenti, l’uomo stava sistemando gli attrezzi dopo la giornata di lavoro, quando, ricurvo su alcuni sacchi, il tassello del muro, su cui era appesa una falce, ha ceduto andando a colpire la nuca del malcapitato. La fatalità ha voluto che la falce in questione fosse proprio quella regalatagli dal suo ex avversario come simbolo della fine degli storici rancori. A dare l’allarme e a ritrovare il corpo ormai inerte, la moglie allarmata dopo alcune ora di attesa. Sul corpo rinvenuto anche l’oggetto imputato, ancora sporco di sangue e nero di fuliggine, probabilmente sporcizia del posto.


Ma in paese le idee erano assai diverse, soprattutto ora che Michele Boy si recava a porgere le più sentite condoglianze alla vedova Spiga facendosi offrire il caffè con il servizio buono.

categoria:racconti, tornando ad itaca
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scritto da IlSognoCurioso il lunedì, 02 marzo 2009,18:02

Mehuris de Lessìa

C'è un problema nel mercoledì delle ceneri di Ovodda: non si riesce a descriverlo.
Ho provato a raccontarlo a chi mi chiedesse come fosse, non rende.
Avete in mente dei pazzi da manicomio in libera uscita? Bene, sembrerebbero dei sani in confronto a ciò che si muove per il paese in quel giorno.
Non si può entrare a Ovodda se non si passa per le mani degli Intighidores che lasciano sul viso del nero di sughero misto ad olio d'oliva. Antico patto tra ospite e ospitante, sullo stesso piano, con rispetto, uguali, e ciò che avviene non “lo fanno loro” ma “lo facciamo noi”.
Capre e muli a guinzaglio, una pecora scuoiata ancora sanguinante portata sulle spalle, televisioni “accese” con il fuoco, balli, fueddos, vino, ritmo, danze, parole.
Ho visto bambini di otto anni con ombrelloni vecchi dell'algida colpire la centralina d'allarme dell'ufficio postale, così da farla suonare per seguirne il ritmo come se fosse un ballu tundu, mentre i più piccoli si facevano trainare su un frigorifero vecchio come se fosse una slitta.
Ne guardie, ne genitori, non forze dell'ordine (l'unica era una maschera): anarchia assoluta secondo molti, rispetto non scritto secondo altri. Nessun giudicato ma tutti giudici, mentre una fata turchina cercava di prendermi come marito, veniva condannato Don Conte, tiranno secolare, brucciato per espiare e gettato da una rupe giù nel fiume, spinto giù con la forza di tutti, assieme, cadenzando lo sforzo al ritmo di Ca-pel-lac-ci Ca -pel-lac-ci, altro tiranno.
Il fatto che prese fuoco anche una macchina vicina non fu una preoccupazione, “era vecchia” fu la motivazione.

3319901053_1ff2f1472fFoto Federico Cau

scritto da IlSognoCurioso il martedì, 24 febbraio 2009,14:12

Tutto perché Marco Polo potesse spiegare o immaginare di spiegare o essere immaginato spiegare o riuscire finalmente a spiegare a se stesso che quello che lui cercava era sempre qualcosa davanti a sé, e anche se si trattava del passato era un passato che cambiava man mano egli avanzava nel suo viaggio, perché il passato del viaggiatore cambia a seconda dell'itinerario compiuto, non diciamo il passato prossimo cui ogni giorno che passa aggiunge un giorno, ma il passato più remoto. Arrivando a ogni nuova città il viaggiatore ritrova un suo passato che non sapeva più d'avere: l'estraneità di ciò che non sei più o non possiedi più t'aspetta al varco nei luoghi estranei e non posseduti.
Marco entra in una città; vede qualcuno in una piazza vivere una vita o un istante che potevano essere suoi; al posto di quell'uomo ora avrebbe potuto esserci lui se si fosse fermato nel tempo tanto tempo prima, oppure se tanto tempo prima a un crocevia invece di prendere una strada avesse preso quella opposta e dopo un lungo giro fosse venuto a trovarsi al posto di quell'uomo in quella piazza.
Ormai, da quel suo passato vero o ipotetico, lui è escluso; non può fermarsi; deve proseguire fino a un'altra città dove lo aspetta un altro suo passato, o qualcosa che forse era stato un suo possibile futuro e ora è il presente di qualcun altro. I futuri non realizzati sono solo rami del passato: rami secchi.
(da "Le città invisibili", Italo Calvino)